Oltre La Ragione

Affilata come un rasoio, la cresta tra la Zumstein e il Colle del Papa  precipitava vertiginosa, un abisso senza fine, mentre la neve gelata, lavorata dal vento non prometteva granché di buono. Nessuna traccia, né altro segno di passaggio : eravamo i primi, ed osservandola mi chiesi come avrei fatto a scendere da lì.

Con Alberto, Boris e Max  eravamo partiti alle tre del mattino dalla Capanna Gnifetti, dove avevamo pernottato. Saliti  in funivia  a Punta Indren, avevamo attraversato un paesaggio che stentavo a riconoscere. Dove prima c’ era uno spesso manto nevoso, ora campeggiava una smisurata pietraia in fondo alla quale, oltre ai resti del vecchio ghiacciaio, si ergeva lo sperone roccioso attrezzato con cordoni di canapa e scalini di legno. Conoscevo molto bene quel percorso per averlo compiuto più volte, ma mai mi era capitato di trovarlo in simili condizioni. Tutto sommato, però, la cosa mi risultava vantaggiosa. Camminare senza affondare usando un paio di stampelle, faceva una bella differenza. Questo solo pensavo mentre osservavo quell’ ambiente sconvolto. Poi mi ero incamminato. La sveglia era suonata alle due. Fuori era un gelo, la pianura lontana, un enorme braciere dalle mille luci tremolanti, perdute nella notte. Il mostro riposava, finalmente acquietato. Distante, ma forse non abbastanza per dimenticarsene, mentre alla luce delle lampade frontali ci preparavamo. Dopo un’ incertezza, racchettai le stampelle perché non affondassero. Con ogni probabilità non sarebbe servito, visto il freddo, ma non si poteva dire. Quindi applicai i puntali da ghiaccio costruiti da un amico. Infine, calzai il rampone sul piede destro. La gamba sinistra, invece, se l’ era portata via la strada, a ventunanni. Un incidente con la moto. Erano stati momenti tremendi, ma sognare di scalare montagne mi aveva dato la forza necessaria per superare ogni ostacolo, e l’ amore per l’ alpinismo mi aveva trascinato sin qui.

Contrariamente a quanto credevo, la salita al colle del Lys fu durissima. La neve farinosa, si era accumulata, cancellando la pista che solitamente somigliava ad un’ autostrada. Le stampelle affondavano in maniera impietosa e la marcia a quattromila metri di altezza si faceva ad ogni passo più sfibrante. Davanti Massimo e Boris, dietro io e Alberto, in cordate distinte. Ringraziai l’ istinto che mi aveva spinto a mettere le racchette alle stampelle, altrimenti mi sarei ritrovato a doverlo fare nel bel mezzo della salita. Purtroppo, non sempre le condizioni meteo andavano come lo si vorrebbe, e tre giorni prima della nostra partenza, una perturbazione aveva imbiancato le montagne sopra i tremilaottocento metri. Neve fresca, inconsistente, faticosa da pestare, infida sui pendii in traverso. Ma ciò nonostante non avevamo desistito. Respirai a pieni polmoni. La fatica cominciava a farsi sentire, ma il colle del Lys era ormai davanti a noi, sprofondato in una semioscurità ultraterrena. Il vento soffiava violentissimo, la temperatura sfiorava i meno quindici e intirizziti sostammo a riprendere fiato. A sinistra, la parete Nord del Lyskam incombeva paurosa. Più in la, fra l’ incerta luce, si scorgeva l’ affascinante piramide della Dent Blanche, mentre il bianco scivolo della Zumstein ci chiudeva l’ orizzonte, disegnato sulla destra dal netto profilo della Punta Gnifetti, su cui sorgeva la Capanna Margherita, rischiarata dai raggi dell’ alba incipiente. Un paesaggio magico, immobile, rotto solo da tre puntini scuri che discendevano il pendio diretti al Colle Gnifetti.

Riprendemmo il cammino, accelerando il passo, ma i tre erano in vantaggio e arrivarono in vetta alla Zumstein poco prima di noi. Il sole, appena spuntato, creava fantastici effetti tra ombre e luci indorando a tratti il generale biancore circostante, dandogli nuova consistenza. Uno spettacolo che da solo sarebbe bastato a ripagare tanta fatica, ed era tutto per noi. Poi, vedemmo altri due puntini scendere dalla capanna. Camminavano veloci, sicuri. Molto più dei tre che li avevano preceduti, e in un batter d’ occhio ce li ritrovammo dietro.

Erano le sette del mattino, quattro ore di salita, e la temperatura era prossima ai meno dieci quando giungemmo in vetta. I tre arrivati per primi si stavano già preparando a scendere. Il gelido vento che spazzava la cima con violente raffiche non invitava a trattenersi a lungo, e alzando lo sguardo vidi ciò che ci attendeva. La cresta che sotto pareva spuntare dal nulla, divideva il cielo come un enorme vomere, lunga e sinuosa, ricoperta di neve e ghiaccio sino alla base del piramidale blocco roccioso della Punta Dufour, anch’ essa nelle medesime condizioni. Provai un crampo allo stomaco. Non avrebbe dovuto essere così. Solo pochi giorni addietro era in condizioni perfette, senza la benché minima traccia di neve. Solo solida, buona roccia. Avevo portato persino la scarpetta d’ avvicinamento per arrampicarmici meglio. Ma da quel che vedevo, non si parlava nemmeno di togliere i ramponi. Impossibile. La cosa si prospettava, perciò, ancor più difficile di quanto già non fosse. Preoccupato, mi ero avvicinato al baratro, ed ora lo stavo osservando chiedendomi, appunto, come avrei fatto a scendere da lì. Come in cerca di conforto, lanciai un’ occhiata ad Alberto. Forse anche lui stava pensando le stesse cose. Non potevo saperlo, e gli occhiali scuri m’ impedivano di capire cosa gli passava per la mente. Nel frattempo, i due arrivati dietro di noi avevano lanciato a loro volta uno sguardo in basso, e scuotendo il capo erano tornati nei pressi della Madonnina di vetta, rimanendo in silenziosa attesa. Con tutta probabilità aspettavano di vedere cosa avremmo fatto noi. Dal canto nostro, davamo l’ impressione di essere intenzionati a proseguire. Perlomeno, se qualcuno aveva delle perplessità, se l’ era tenute per sé. Per quanto mi riguardava, ero deciso a continuare e Alberto sembrava pensarla allo stesso modo. Ci eravamo conosciuti ad una serata che avevo tenuto a Quarona, in Valsesia. Una volta terminata la proiezione, si era presentato, offrendosi di accompagnarmi gratuitamente in valle se lo avessi desiderato. Se una guida mi faceva una proposta del genere significava una cosa soltanto : le mie immagini lo avevano colpito ad un tale punto da non limitarsi alle solite, banali frasi di circostanza. Nel corso della vita, avevo imparato che le parole erano solo parole, mentre i fatti erano tuttaltro. E Alberto non si era tirato indietro quando l’ estate dell’ anno prima gli avevo proposto la salita alla Punta Dufour.

Purtroppo allora non se n’ era potuto fare nulla, la via non era in condizioni proprio a causa della dannata discesa al Colle del Papa, passaggio obbligato, che stavamo per affrontare. Senza indugiare oltre,cominciammo a scendere, prima Massimo con Sandro , poi io con Alberto. I due sconosciuti si mossero a loro volta, sfruttando la nostra traccia. Pochi passi e il cielo si confuse con la terra. Un brivido, poi più nulla. Il tempo sembrò fermarsi, mentre la mia concentrazione era allo spasimo. Piccozzino con la mano sinistra e stampella con la destra, sedere a terra. Senza andare tanto per il sottile, scalciando col piede arrivai allo scalino roccioso. Tirai il fiato, quindi lo superai in arrampicata. Dopodiché, riprendendo la posizione eretta, con un’ infinità di equilibrismi delicati quanto azzardati, raggiunsi il colle. Bene, mi dissi, fin qui siamo arrivati. Ora, però, avevamo da percorrere tutta la lunga cresta innevata, e avrei dovuto farlo col moncone a valle, che per me faceva una grossa differenza. Poterlo appoggiare al pendio mi avrebbe stabilizzato, dandomi sicurezza e possibilità di riposo, così invece, tutto era molto più aleatorio se non addirittura precario. In ogni caso, attaccammo le rocce che a nord chiudevano il colle con un’ impennata. Duemilacinquecento metri più sotto il rifugio Zamboni riluceva al sole. Ben presto la fatica divenne insopportabile. Saltellare con lo scarpone ramponato era una delle cose più spossanti, e farlo su una crestina innevata a sessanta gradi con peste appena accennate non era il massimo della vita. Ansante, mi guardai attorno. La bellezza che mi circondava mi dava la forza per proseguire. Cervino, Monte Bianco, Badile e tutte le altre montagne che avevo scalato non contavano più. Ero qui, e questo soltanto contava. Tutto il resto aveva perso di consistenza, come se appartenesse a qualcun altro,  come se d’ improvviso il tempo, il mondo stesso si fosse fermato. Altra crestina superata. Alcune rocce. Mi ci issai a forza di braccia. I sovraguanti zuppi per tutte le volte che avevo piantato le mani nella neve come piccozze, non avevano presa. Perchè tanta fatica, la sofferenza, i rischi e tutto ciò che gli veniva dietro? Me lo chiedevo spesso, senza mai trovare risposta. Un po’ come domandare al vento perché soffiava. Non c’ era una ragione precisa, era così e basta.

“Stanco?” Alberto mi guardò. Stavamo su uno spuntone, in procinto di discendere l’ ennesima crestina.

“Tutto ok” lo tranquillizzai, calmo. 

Non potevo negare di essere stanco, ma al contempo mi sentivo magnificamente e di sicuro Alberto non aveva scorto il lampo di gioia che mi illuminava lo sguardo, gli occhiali glielo impedirono, altrimenti non mi avrebbe fatto quella domanda. Gli sarebbe bastato guardarmi. Davvero ero stato fortunato. Alberto era un compagno esemplare, affidabile e mi dava una grande sicurezza. Mi conosceva solo per quanto aveva visto quella sera a Quarona, eppure non si era tirato indietro nonostante fosse ben consapevole dei rischi che correva nell’ affrontare con me questa scalata. Forse anche in lui c’ era un pizzico di pazzia, quel tanto che serviva per oltrepassare certi limiti. Lo amavo quel pizzico di pazzia, fin da ragazzino, quando mi arrampicavo su alberi sempre più alti. Era parte di me, da che mi ricordavo, e non potevo fingere che non esistesse. Ad esso dovevo l’ essere riuscito a superare i drammatici momenti successivi all’ amputazione, altrimenti probabilmente neppure io sarei sfuggito al baratro dell’ auto- commiserazione, comune alla gran parte dei disabili che avevo conosciuto.

L’ estasi dell’ infinito, la gioia, il senso di sconfinata libertà, il sentirmi esattamente lo stesso di prima, di nuovo uomo, forte come un tempo che mi dava il trovarmi in montagna , era quanto cercavo, quasi fosse una necessità improrogabile. Riappropriarmi delle emozioni, del corpo, della mia vita, e molto altro ancora, era ciò che più desideravo e pur di ottenerlo ero disposto a pagare qualsiasi prezzo. L’ alpinismo significava qualcosa di più di un semplice sport, diveniva una espressione filosofica con la quale affrontare il mondo, un modus vivendi, poiché richiedeva non soltanto doti atletiche, ma anche intellettuali, emotive. Uno sguardo sull’ universo. Un universo che dall’ alto assumeva tuttaltro aspetto. Questo voleva dire scalare montagne. Non occorrevano altre parole. Alberto doveva aver compreso. Perciò, senza aggiungere altro riprendemmo il cammino. Discesa la ripida crestina, in breve ci ritrovammo alla base della parete terminale, tappezzata da innumerevoli nevai. Max e Boris ci stavano aspettando. Nelle mie intenzioni avrei dovutosalirla con la scarpetta d’ avvicinamento, come sul Cervino. Allora, però, le condizioni erano ben diverse. Eravamo io e Max, con Andrea Perron. Lasciammo l’ Oriondè alle quattro e mezza del mattino, arrivando in vetta alla una lungo la Cresta del Leone. Non avevo idea delle migliaia di saltelli che ero stato costretto a fare, ma quasi non me n’ ero accorto tanta era la voglia di arrivare. Si era nel duemilatré, anno caldissimo, in cui le montagne parevano sgretolarsi. Tre settimane dopo la nostra ascensione,difatti, la Cheminé, uno dei passaggi più famosi della via normale da Cervinia, era crollata , lasciando al posto del gigantesco diedro una spoglia parete. In quell’ occasione non avevamo pestato un filo di neve, il Cervino si presentava nudo, spoglio e ciò mi aveva consentito, appunto, di utilizzare una scarpa bassa e leggera, grazie alla quale saltellare sull’ unica gamba risultava meno faticoso. Ora, al contrario….scarpone rigido e rampone. Muscoli tesi, corpo inarcato, in una eterna ricerca di equilibrio spinta all’ eccesso, con le braccia tese al prossimo appiglio. Una trazione, aggrappato ad un’ illusione. Poi ancora la stessa operazione di raccogliere le forze, prendere lo slancio e spiccare il salto, alla ricerca di un punto di arrivo tale da non cadere. All’ infinito. Fiato grosso, polmoni in fiamme. Di nuovo. La neve dura, gelata. Un passo dopo l’ altro, i tricipiti doloranti, il vuoto attorno, ovunque. Sputavo sangue. Mi fermai, spiando verso l’ alto. Si, non mancava più molto, ma avrei preferito che la vetta fosse più vicina. Abbassai gli occhi, fissandoli al terreno e percorsi l’ ultimo tratto del ripido nevaio. Ormai eravamo alle rocce , proprio sotto la vetta. Allora tolsi il rampone, abbandonandolo, e mi arrampicai sino a toccare la vetta italiana. L’ urlo nel mio petto era un rombo assordante, ma dalle mie labbra non uscì nulla.

Tutto era silenzio. Gli altri mi si fecero intorno, complimentandosi con me. Li contraccambiai quasi senza rendermene conto, al pari di un automa. Intanto, il rombo nelle mie orecchie non faceva che aumentare, rendendomi insensibile all’ euforia che sembrava pervadere i miei compagni. In quel momento magico, per il quale avevo lottato e sofferto per otto interminabili ore, mi sentivo solo, stramaledettamente solo, e avrei voluto piangere. Allora, mi chiesi, perchè questa immane lotta? Ancora una volta mi posi la domanda senza tuttavia trovare risposta. E il mio pensiero prese a correre lungo il filo di cresta, che avrei dovuto ripercorrere a ritroso sino alla vetta della Zumstein, da dove poi saremmo scesi alla Capanna Gnifetti. Chiusi gli occhi, dimenticandomi di tutto, e respirai profondamente.