Il Moschettone-Racconto Classificatosi secondo al Premio Carlo Mauri 2011

IL MOSCHETTONE

 
 
“Sei proprio sicuro ?”

La domanda di Leo mi arrivò improvvisa,

filtrata dal rombo dell’ aria che irrompeva dal finestrino, abbassato per metà. Era un po’ che lo sentivo agitarsi nervosamente mentre guidava, e mi  aspettavo che presto o tardi avrebbe tirato fuori questa storia. Stavamo attraversando Como, diretti al Monte Bolettone, una montagna senza alcuna pretesa alpinistica, e la giornata di metà marzo si preannunciava calda e soleggiata, con aria tersa, ideale per una bella scalata. Leo scalpitava, il suo desiderio di arrampicare  si percepiva a distanza, e anch’ io ne avevo una gran voglia, ma non potevo fare diversamente, la mia era stata una scelta quasi obbligata. Certo, il Monte Bolettone non era  granché, ma pur sempre meglio di niente…..

“Sicuro di ché ?” .

Avrei potuto risparmiarmi quella domanda, conoscevo già la risposta, ma la feci ugualmente.

Lui deglutì.

“Tutti questi chilometri per  un paglione….ma ne vale la pena ?”.

Nella sua voce c’ era una punta di acredine. Ne aveva tutte le  ragioni, non potevo dargli torto, tanto valeva allora salire  una  montagna attorno casa, almeno ci saremmo evitati il viaggio, ma  anche se non era nulla di speciale, il Bolettone significava comunque  novità , sorpresa,  luoghi  sconosciuti da scoprire, esplorare, e questo mi bastava. D’ altra parte, anche se di malavoglia mi ci  dovevo adattare per forza, quindici giorni prima avevo  tolto il gesso dall’ unico piede, l’ altro con tutta la gamba, se l’ era  portato via la strada, incidente in moto, e anche questa volta, con lo scooter avevo fatto un bel volo, riportando la frattura dello scafoide. Risultato : venticinque giorni col  gambaletto sulla sedia a rotelle, sensibile calo del tono muscolare e dolore persistente, soprattutto all’ alluce.

“Accidenti Leo, lo sai che non posso arrampicare, questo dannato piede mi fa un male infernale…”.

Altroché se lo sapeva, mi aveva  scarrozzato in giro tutto il tempo,  e gli dovevo un enorme grazie per questo. Se aspettavo Doriana,  la mia ex compagna, potevo anche morire strisciando sul pavimento di casa, che lei non se ne sarebbe curata. Perciò, cercando di  non  deluderlo più di quanto già non fosse,  cominciai a pensare ad un’ alternativa accettabile per entrambi e, d’ improvviso, mi ricordai della Ferrata al Corno Occidentale di Canzo. Avevo letto qualche relazione al riguardo, ma non c’ ero mai salito e quella poteva essere l’ occasione giusta. Breve, poco impegnativa, sembrava la soluzione al nostro problema.

“Beh”, feci un  po’ incerto, “un’ idea ce l’ avrei…”.

“Cioè  ?”

“La Ferrata del Venticinquennale, a  Canzo”.

Di colpo il suo interesse  si ravvivò.

“Ci sei già stato ?”

“No, ma conosco la zona”.

La cosa non lo sorprese. Avevo girato molto,  visto  un mucchio di posti, logico quindi che fossi pratico della zona.. Tuttavia bruciava di curiosità.

“E com’ è ?”  chiese subito, difatti.

“Media difficoltà” buttai là, come se nulla fosse. “Chissà, magari ce la faccio…”. Ruotai il piede, quasi a verificarne la condizione.“Alla peggio ci facciamo la traversata dei tre corni !”.

Lui sorrise, soddisfatto.

“Aggiudicato. Basta  panettoni del cavolo !”.

Diede gas, superando un paio d’ auto con una certa   disinvoltura, e mentre fino a quel momento se l’ era presa comoda,  cominciò ad avere una certa fretta..

Poteva essere mio figlio. Ventunanni, alto, con un fisico da decatleta, Leo era  decisamente quello che si suole definire  un gran bel pezzo di ragazzo. Introverso, forse, taciturno sicuramente,  dietro l’ indubbia prestanza fisica mascherava un universo interiore  in precario equilibrio, in cui  la naturale sensibilità e delicatezza d’ animo  si scontravano con la rabbia e le frustrazioni di un’ infanzia  dominata da un tirannico padre padrone violento, cha aveva generato in lui     insanabili conflitti interiori,  pronti ad esplodere in qualunque momento e dissimulati da una calma solo apparente. Ci eravamo conosciuti un paio d’ anni prima, nel duemila, quando, cioè, coi genitori si era trasferito  sopra al laboratorio di confezioni  che avevo ad Orino, ai piedi del Campo dei Fiori. Spesso, di ritorno dal Forte dove mi allenavo dopo il lavoro, mi capitava di incontrarlo,    e sebbene in quelle occasioni ci limitassimo ad un  saluto, presto ebbi   l’ impressione che la cosa  non fosse del tutto casuale, bensì  cercata di proposito,  come se ogni volta provasse a  chiedermi qualcosa senza poi osare farlo, finché una sera, preso coraggio a quattro mani, si decise a farsi avanti, confessandomi, titubante,  il suo segreto desiderio di scalare montagne. Aveva prestato servizio di leva negli alpini, in dolomiti, quattro mesi soltanto,  sufficienti però  a far nascere in lui una grande passione, poi lo avevano congedato.

“Ero troppo pazzo” ci aveva scherzato sopra.

Madido di sudore, affamato, lì per lì non ci feci molto caso, ma  quella battuta mi sarebbe tornata in mente anni più tardi, quando  gonfio degli psicofarmaci di cui lo imbottivano, lo avrei rivisto    un pezzo dopo  aver  smesso di arrampicare con me. Innamoratosi di una ragazza, a fine duemiladue era scomparso senza quasi lasciare traccia,  nutrendosi  di illusioni troppo grandi per lui finché lei lo  aveva riportato coi piedi per terra, lasciandolo,  colpo che lo aveva  inevitabilmente portato al tracollo finale. Stentai a riconoscerlo, e vederlo ridotto in quello stato, grasso e perso in altri mondi dal ragazzone che era,  mi rattristò molto, ma per quanto mi dispiacessi,  non mi rimase  che  rammaricarmi di non essermene accorto per tempo. D’ altra parte, non avevo alcuna ragione di sospettare  che, a sua insaputa, i genitori gli propinassero   porcherie di quel tipo.  Allora non ne sapevo nulla, ma Leo soffriva  di  violente crisi d’ ira,  cui andava soggetto  in reazione  alle angherie subite dal padre, e nell’ intento di ammansirlo, gli rifilavano potenti calmanti che lo riducevano uno straccio.  Con ogni probabilità,   la  storia  andava avanti da vecchia data,  da prim’ ancora che lo  conoscessi, e la forzata astinenza sotto le armi ne  aveva  rivelata  tutta la drammaticità, che  solo la più ottusa cecità  poteva negare,  bollandolo a vita. Il fatto, poi, che   arrampicava   con me, non migliorò le cose. All’ inizio i suoi  sembrarono contenti, Leo appariva  finalmente sereno, disteso, suscitando la loro approvazione.    Poi lui commise lo sbaglio di mostrargli orgogliosamente  alcune sue  foto   in parete , e le loro idee al riguardo mutarono di colpo. Da un tiepido entusiasmo passarono ad una decisa opposizione, soprattutto la madre, timorosa che finisse col farsi  del male, fornendo così  ulteriore motivo di accese discussioni, che inevitabilmente lo  imbestialivano  a tal punto da richiedere di nuovo l’ uso delle pillole per ridurlo alla calma. Assurdo comportamento, a mio avviso alquanto discutibile, compiuto a sentir loro nel suo stesso interesse , andava al di là di ogni ragionevole giustificazione  e del       quale io, colpevole di trascinarlo tra i pericoli,   ero  del tutto  all’ oscuro, perché neanche  Leo, forse per vergogna,  mi confidò mai nulla.

Ciò nonostante,  nel duemilauno insieme  avevamo effettuato un mucchio  di scalate, dapprima in Grigna, su torri e torrioni vari, vie di quarto, quinto grado, in  seguito nella bergamasca e in Ossola, lungo selvaggi percorsi avventura,  per finire  con l’ Adamello, dove era venuta anche mia figlia Xania. In Val d’ Aosta, invece, dopo qualche tremila lo avevo portato sul suo primo e unico quattromila, il Bretihorn Occidentale. Dal Platò Rosà, slegati, avevamo impiegato poco più di due ore per raggiungerne la vetta,  superando un sacco di alpinisti accodati in paurosi ingorghi. Era stato divertente, la prova generale prima del Cervino, il nostro obiettivo, che tentammo la settimana seguente, decisi a salirne la Cresta del Leone, rimanendo però delusi :  un’ imprevista nevicata  ci  costrinse  a tornarcene a casa con un nulla di fatto, in attesa di un’ occasione migliore che, purtroppo,  si presentò solo nel duemilatre, quando ormai Leo era svanito dietro le sottane di quello che a torto  riteneva il  grande amore.

Ma la nostra attività non si limitava alla sola montagna, che comunque restava   la vera ragione di ogni nostra azione. Entrambi amavamo arrampicare, anche solo  per il semplice gusto di farlo. Il gesto atletico, l’ estetica del movimento, la ricerca del limite erano di per se emozionanti, senza dover necessariamente per questo mettere le nostre  vite a repentaglio. Due tre volte a settimana, perciò,  andavamo a Maccagno, alla palestra  di roccia  attrezzata dal comune  su un tratto dismesso della vecchia litoranea che fiancheggiava il Lago Maggiore. Da veri stacanovisti, non ci concedevamo pause, salendo  più di venti monotiri in una sera. Di solito stavamo su difficoltà abbastanza contenute, quinto, quinto più, ma talvolta ci spingevamo fino al  6b, che  Leo superava senza grossi problemi mentre io,  pur usando la mia speciale protesi, mi dovevo tirare sui chiodi.

Così, tra una scalata e l’ altra, l’ anno era trascorso, e in tutto quel tempo Leo non mostrò mai  il benché minimo  segno d’ ira,  né accusò malori tali da indurmi a sospettare qualcosa .  Gli avevo insegnato tutto quanto potevo, trucchi, malizie, e lui si era rivelato  un ottimo allievo, anche se privo di una qualsiasi iniziativa. Per il resto era un compagno ideale, forte, resistente, affidabile e mi ritenevo fortunato di averlo incontrato.  Sapevo perfettamente come la pensavano i genitori, non ci voleva molto a capirlo, ma non me ne preoccupavo più di tanto. Da quando veniva in montagna con me,  appariva trasformato,  molto diverso da prima, entusiasta, vitale, e tanto  bastava a darmi ragione. Almeno così credevo, e visto come poi andarono  le cose, non avevo tutti i torti nel  ritenerlo. Ma  quel dieci di marzo duemiladue, pieni di speranza e pronti all’ avventura,  avevamo tuttaltro per la testa. L’ incidente con lo scooter aveva scombussolato i nostri piani, vero, ma davanti avevamo una  stagione intera che si prospettava magnifica, presto il piede avrebbe smesso di dolermi, le cose si sarebbero aggiustate e avremmo ripreso a scorazzare in lungo e in largo  per le  alpi dietro  ai sogni,   occupandoci  soltanto delle ascensioni  che intendevamo  compiere, inconsapevoli di ciò che ci aspettava. Perciò, lasciata  Como col suo traffico  alle nostre spalle, all’ incrocio subito prima di  Erba svoltammo per Canzo, dove arrivammo in capo ad una decina di minuti, e dopo aver ravanato un poco in paese, alla fine imboccammo la strada giusta per le Fonti di Gajum,  parcheggiando nel primo buco libero.

Scesi sbattendo la portiera, e girai dietro l’ auto, diretto al bagagliaio, che solitamente era ricolmo di ogni genere d’ attrezzatura, corde, moschettoni, imbrachi, picche, ramponi, quasi fosse un magazzino dove ognuno di noi teneva le sue cose mischiandole senza problemi a quelle dell’ altro.

Aprii, e con mia grande sorpresa lo trovai vuoto.

“Maledizione, Leo… e la roba ?” esclamai contrariato.

Lui si avvicinò,  dando  a sua volta un’ occhiata  dentro.

“Cavoli!”. Si batté la fronte,  “Me l’ ero scordato !”

“Cosa ?”

“Davvero, mi era uscito dalla testa…..”. Sembrò mortificato. “Siccome non potevamo andare da nessuna parte, ho pensato che non valeva la pena  tenercela ancora”.

Il suo tono sconsolato, quasi contrito,  mi intenerì, così  non lo rimproverai, tuttavia quella sbadataggine rischiava di compromettere i nostri piani.

Perciò, senza aggiungere altro, scuotendo il capo frugai fra i pochi sacchetti buttati alla rinfusa, rimediando uno spezzone di mezza corda rimasto casualmente nel fondo del baule.

“Meglio di niente” considerai,  “Dai, se alla Terz’ alpe ci prestano almeno un moschettone, ci leghiamo e il problema è risolto. Altrimenti niente ferrata, facciamo soltanto  la traversata dei Corni.”

Gli buttai la corda e andai a prepararmi. Tolsi la protesi, gettandola sul sedile posteriore, poi infilai i pantaloncini, calzai la scarpa d’ avvicinamento e infine, afferrate le stampelle, mi caricai lo zainetto in spalla, pronto a partire. Senza fretta, accompagnati dall’ argentino mormorio  del torrente, risalimmo la boscosa Val Ravella, prima lungo la sterrata, quindi su sentiero, arrivando alla Terz’ Alpe. Il polpaccio mi pulsava.

Attraversata la volta, entrai nel baretto all’ interno della grossa costruzione, simile più ad una roccaforte che non ad un cascinale.

“Scusa” chiesi al ragazzo dietro al banco, dopo avergli  ordinato due caffè. “non è che avreste un moschettone da prestarci ?”.

Lui accennò  una smorfia di sorpresa. Probabilmente non sapeva di cosa stavo parlando.

“Non  so” rispose difatti.. “Devo chiedere” e sparì dietro alla porta.

Con calma finimmo i nostri caffè, poi uscimmo ad ossigenarci i polmoni con una sigaretta, osservando nel frattempo la possente mole del  Corno Occidentale, che sbucava in tutta la sua bellezza da dietro la costruzione. Puntando il dito, approssimativamente indicai a Leo il percorso che avremmo seguito, dapprima la ferrata, che attaccava alla base della grande placca  sopra al ghiaione, poi la cresta sino al Corno Centrale, ed infine la discesa all’  Orientale, che da lì  non potevamo vedere. Quella traversata l’ avevo fatta un paio di volte, quindi la conoscevo piuttosto bene e stavo finendo di illustrargliela quando arrivò un tipo alto e magro, con la barba. Doveva essere il gestore, perché salutandoci ci porse un moschettone d’ anteguerra arrugginito.

“Mi spiace” sembrò scusarsi, “ non ho che questo”.

Lo presi fra le mani,  guardandolo tra lo schifato e il deluso. Ne avevo visti di scassati, ma quello li batteva tutti. Feci per ribattere, ma il nuovo venuto mi anticipò.

“D’ altra parte” si affrettò infatti  a dire, “nel nostro lavoro non ce ne serviamo   …”.

Arretrò di un passo, quindi, cambiando subito discorso,  chiese “Dove siete diretti ?”.

“Alla ferrata”.

La sua espressione mutò di colpo, come a dire se  eravamo matti.

“No, è che lo abbiamo deciso all’ ultimo momento e sfiga vuole che nel baule non avevamo neanche un moschettone, solo un pezzo di corda per legarci” cercai di  tranquillizzarlo. Certo che vedendo com’ eravamo combinati, dopo   una spiegazione del genere al posto suo mi sarei preoccupato anch’ io.

In ogni caso, non provò a dissuaderci. Superata la sorpresa, la sua faccia tornò normale.

“Fate attenzione” si limitò a dire.

“In un modo o nell’ altro ce la caveremo”

Rientrai nel bar, saldai il conto, quindi tornai  fuori.

“Beh, grazie” feci  sul punto di partire, stringendo  nel pugno il ferrovecchio che ci aveva dato.  “Vedremo di farcelo bastare”.

“In ogni caso, c’ è un gruppo davanti a voi, magari loro una mano ve la possono dare….” Ci mise comunque sull’ avviso.

Sorrisi. La sua aria combattuta fra la voglia  di aiutarci e il desiderio di scaricare su qualcun altro   tale scomoda  incombenza mi divertiva. e, per un istante, cercai di mettermi nei suoi panni. Poi, salutatolo,   ci incamminammo lungo il sentiero, che entrato nel bosco  subito subì una brusca impennata. Dopo trenta giorni immobile su una carrozzina, al chiuso, tra casa e laboratorio, scalpitavo al pari un puledro finalmente libero di galoppare in sterminate praterie, come per migliaia d’ anni avevano fatto i suoi antenati prima di lui . Il vento nei capelli, l’ aria pura che a fiotti  mi entrava nei polmoni e la vista delle montagne su cui presto sarei salito, mi procuravano un senso di vertigine,  un  piacere fisico  tale da non avvertire il dolore al piede e neppure i continui strappi al polpaccio atrofizzato, che  urlava  tutta la sua fatica.

Passo dopo passo, velocemente cominciammo a guadagnare quota. Il bosco rinverdiva nel primaverile risveglio di colori, profumi, suoni, quell’ inspiegabile magia che si ripeteva in un eterno ritornello riassunto in un unico termine capace di definirlo, rinascita. Ecco, anch’ io rinascevo, per subito perdermi, però, in una natura dove ritrovare le  radici di un’ esistenza di cui forse non comprendevamo il senso, ma  certamente in grado di darci  più di quanto cercavamo, simile ad un giaguaro, che avanzava con movenze felpate, sicuro, pronto a scattare sulla preda con la consapevolezza di riuscire a procurarsi del cibo anche quel giorno.

Presto gli alberi cominciarono a diradare, facendo spazio ad erba frammista a roccette, mentre sulla destra il panorama si apriva lasciando intuire la pianura dietro a Malascarpa  e Rai, e per un attimo riandai  alla volta del Corno Birone, quando anni addietro li avevo percorsi, ma soprattutto alla discesa a Trebbia lungo  il torrente Inferno, seguendo un ubriaco traballante incontrato per caso nel  ristoro di S. Tomaso, che gentilmente si era offerto di accompagnarci lungo un sentiero che nemmeno sapevamo esistesse . Che storia !

Respirai a fondo. Il calore del sole sulla pelle era piacevole, nonostante il sudore che colava, e con una punta di malinconia mi fermai ad osservare la pietraia che conduceva all’ attacco della ferrata. Il gestore  della Terz’ Alpe aveva ragione, c’ era gente sulla via. Un gruppetto di quattro persone  al termine della placca e un’altra  da  sola  che si apprestava a partire, tutti perfettamente attrezzati, con tanto di casco, imbraco  e kit da ferrata.

Traversammo.

“Salve” gridai a quello da solo. Aveva percorso in diagonale  una  quindicina di metri soltanto,  perciò in linea d’ aria  non distava molto da noi.

Lui ricambiò il saluto con un certo affanno. Stava attaccando il tratto più duro, l’ uscita in verticale sullo spigolo della placca e sembrava un po’ preso.

“Non è che avresti un ghiera da prestarci ?” gli chiesi sfacciatamente.

Lui rimase qualche  istante in bilico nel vuoto, indeciso, poi si appese alla catena.

“No” fece dopo aver controllato. “ho soltanto questi  del set”.

Andiamo bene, pensai, ormai convinto di  dover usare  quel ferrovecchio  che avevamo rimediato. Un altro che accampava scuse.

“Aspetta che chiedo a quelli davanti”.

Beh, perlomeno si dimostrava gentile.

Nel frattempo  cominciammo a prepararci. Infilai i fuseaux  da arrampicata con le protezioni al moncone che per fortuna avevo con me, poi mi legai in vita lasciando sporgere  uno spezzone al quale  agganciai il moschettone arrugginito con cui assicurarmi alla catena, mentre Leo faceva altrettanto dall’ altro capo. In tal modo rimanevamo distanziati di quattro, cinque metri, il che andava più che bene. Sarei salito da primo, accollandomi i rischi maggiori,  e Leo avrebbe seguito da secondo, protetto dalla corda che ci univa.  Si, ero piuttosto soddisfatto di quella soluzione. Poco ortodossa, forse, ma sufficiente a garantirci una certa sicurezza.

“Ehi” urlò d’ un tratto  quello  da sopra “adesso mi calano un moschettone”.

Guardai all’ insù, e vidi che, effettivamente, i quattro, ormai a metà del canalino che seguiva la placca, stavano calando una corda. Il tipo da solo la prese, dirigendola verso di noi, e con una certa trepidazione attesi finché non la ebbi fra le mani. Appeso, vi era un bel moschettone a ghiera, rosso fiammante, all’ apparenza nuovo. Non ne avevo di quel colore, e pensai che era un buon segno.

Con calma lo sganciai, sciogliendo il nodo,  poi gridai che potevano recuperare la corda. Quindi  lo sostituii al pezzo d’ antiquariato, che diedi  a Leo in modo che potesse assicurarsi a sua volta, dopodiché  mi concentrai sul panorama.  Ultimati i preparativi,  ci mancava soltanto di riporre le stampelle nello zaino, operazione che di solito lasciavamo alla fine, pertanto potevo permettermi di indugiare , dando nel frattempo  un certo vantaggio  a quelli davanti così da  non trovarceli fra i piedi durante la salita.

Intanto, ritirata la corda, i quattro  erano ripartiti Le loro voci concitate  arrivavano distinte, sebbene  non si capisse cosa dicevano. Forse uno di loro era in difficoltà. In effetti erano piuttosto lenti, ma quello era un problema loro, non nostro.

“Ne fanno di casino”, dissi con un pizzico d’ ironia, accennando verso l’ alto col capo.

Leo sorrise. “Secondo me se  la stanno facendo sotto !”.

Sistemò le stampelle nei porta bastoncini  dello zaino, poi se lo caricò in spalla, addossandosi  alla parete a qualche metro da me. Il messaggio era chiaro, ma io non avevo  fretta, quelli davanti erano ancora troppo vicini per muoverci subito e non avevo nessuna intenzione di farmi tutta la ferrata accodato dietro di loro. Perciò, senza badargli, continuai a guardarmi intorno dalla  sporgenza rocciosa dove sedevo, lasciandomi trasportare dai  pensieri. La pianura, in basso,  sfumava all’ orizzonte, punteggiata di innumerevoli costruzioni multicolori in un fitto reticolo  brulicante di vita,   perdendosi nei  lattiginosi vapori sollevati dal calore. Davanti, invece, orrendamente deturpato da un enorme ripetitore, il Monte Rai si ergeva dominando il brullo, aspro paesaggio segnato da ombre, che ne  ponevano in rilievo le incisioni dei canali lungo i fianchi, mentre a destra potevo scorgere l’ intera Val Ravella, con la Terz’Alpe e, ai suoi piedi, Gajum, col suo abitato. Dietro, lontano, altri monti, ed altri ancora,  facevano da cornice a quel quadro che ispirava un profondo senso di pace, di serenità, cui mi abbandonai piacevolmente. Navigavo in questi placidi oceani, sprofondato in un dolce languore,  quando improvvisamente  il fastidioso trambusto provocato dai quattro di colpo crebbe d’ intensità, ma assorto com’ ero non ci feci subito  caso finché, sopra ogni altro,   non udii il grido.

“SASSO, SASSO…..” .

Preso di soprassalto, istintivamente mi girai a guardare verso sinistra. Il frastuono della pietra che rotolava sbattendo rumorosamente  contro i fianchi del canalino, mi diceva che sarebbe scesa da quella parte, ma con mia grande sorpresa non scorsi nulla.  Allora, rivolsi lo sguardo verso l’ alto, cercando di individuare dove diavolo fosse  e, proprio sopra di me, al centro della placca,  la vidi. Cadeva perpendicolare, dritta nella mia direzione, velocissima. Ormai era troppo tardi per ripararmi, prima di fare qualsiasi altra cosa dovevo capire dove sarebbe andata a parare e se picchiando sulla parete si sarebbe frantumata in mille pezzi, oppure sarebbe rimasta intera. Gettarmi a caso da una parte qualsiasi non aveva senso, anzi, avrebbe  potuto risultare addirittura controproducente. Perciò attesi, immobile,  che terminasse la sua corsa. Attimi febbrili, frazioni  d’ eternità  che stentavano a trascorrere, poi  il colpo secco sulla roccia, la pietra che rimbalzava come un proiettile, acquistando ancor più  velocità nell’ impatto, e  roteando  vorticosamente, di taglio, al pari del disco impazzito di una sega circolare staccatosi dal suo supporto, si diresse inesorabilmente su di me, neanche  me l’ avessero sparata contro con estrema precisione.

‘Cristo !’, ebbi solo il  tempo di pensare, vedendomela arrivare in faccia

Mi rovesciai  sul fianco, con tutta la prontezza di cui ero capace. Un movimento rapido, istintivo, dal quale dipendeva la mia vita, chiusa in una manciata di centesimi di secondo,  appena sufficienti a non farmi spappolare la testa,  troppi per evitare di  venire colpito di striscio alla nuca.

Non provai nulla, nessun dolore, ma il colpo mi scaraventò a terra bocconi,  col viso riverso fra l’ erba. Per un istante credei d’ essere morto. Chiusi gli occhi, poi li riaprii. Ero ancora vivo, tramortito ma vivo. Allora, senza staccarmi dal terreno, tastai la nuca, per controllare i danni,  e incredibilmente non sanguinavo. Non convinto, riprovai, e questa  volta,  quando ritrassi la mano, il palmo  era completamente ricoperto di sangue.

Frattanto, Leo mi era corso accanto, mentre il tipo da solo urlava qualcosa a quelli davanti, che improvvisamente si erano zittiti.

“Come stai ?” mi chiese, ansioso, tenendomi per le spalle.

“Bene, bene” mi limitai a dire, accovacciandomi

Tenni premuta  la mano sulla ferita, per rallentarne l’ emorragia, ma non doveva servire granché perché  subito lui  esclamò, concitato “Cazzo, Oli, quanto sangue !”.

Chiusi gli occhi. “Dammi la  maglietta di ricambio nel mio zainetto”.

Lui corse alla base della parete, afferrandolo con mani tremanti, e frugandovi dentro freneticamente  in pochi istanti ne rovesciò per terra tutto il contenuto  senza trovare ciò che cercava. Alla fine, dopo vari tentativi, tornò con la maglietta.

“Tieni, Oli” e me la porse, visibilmente scosso.

Quasi strappandogliela di mano, la presi premendola con forza contro la nuca. Ne ricevetti un’ immediata   sensazione di fresco che  affievolì il dolore,  dandomi un po’ di sollievo, ma in breve fu completamente intrisa di sangue, calda e appiccicosa come una melensa torta alla marmellata.

“Tutto OK ?”   gridò una voce da sopra.

“Si” urlai a mia volta, con rabbia.

“Serve aiuto ?” insistette la voce.

Al diavolo !, pensai. Piuttosto, perché, invece di fare domande idiote, non scendevano a darmi una mano ?

Spazientito, guardai all’ insù, pronto a scaricare addosso insulti e improperi d’ ogni genere al primo che  capitava, accorgendomi soltanto allora  che ad interessarsi a me era il tipo da solo, mentre gli altri se l’ erano data a gambe.

“No,no, sto bene….”  lo tranquillizzai, moderando però il tono.

La mia risposta parve bastargli, L’ idea di verificare se davvero le cose stavano come dicevo, o se  parlavo in preda a shock da trauma  non gli passò neppure per la mente,    e senza farsi troppi scrupoli se la squagliò anche lui, piantandoci in asso.

Eravamo soli, ora. Potevamo fare affidamento solo su noi stessi, ed in verità, non è che  fossi  del tutto sicuro di ciò che avevo appena detto. Magari ero sul punto di morire, soltanto che  ancora non lo sapevo, oppure ero a rischio di coma, chi poteva dirlo, ma  il dolore alla nuca si andava  attenuando, la testa non mi girava, né doleva, mentre l’ emorragia pareva notevolmente ridotta, e benché mi sembrasse di vivere in uno strano sogno, distorto e nebuloso, quei  sintomi  mi lasciavano ben sperare.

In compenso, mi ci voleva una sigaretta, questo si,  tanto, peggio di così non poteva andare. Ad occhi chiusi aspirai qualche boccata, poi il filtro si impiastricciò del  sangue rappreso sulle mani, ed ogni volta che la portavo alla bocca un disgustoso sapore dolciastro mi urtava le labbra rinsecchite. Bere, dovevo bere. Chiesi a Leo dell’ acqua, e prontamente lui mi diede la bottiglietta cui mi attaccai avidamente. Quando gliela ritornai, anch’ essa era sporca di sangue.

L’ avevo scampata per miracolo, un decimo di secondo in più e ora sarei stato qui, disteso,  privo di vita. Quella breve frazione di tempo aveva fatto la differenza, non potevo fare a meno di pensarci, ma non mi sentivo particolarmente scioccato o spaventato per questo. Forse era l’ effetto del colpo ricevuto,  una strana  reazione di difesa innescata da ignoti meccanismi,  magari una pazzia strisciante che stravolgeva la mia percezione della realtà facendomi sragionare, ma avevo la netta sensazione che, tutto sommato, la situazione non fosse così irrimediabilmente compromessa come sembrava  e, soprattutto,  di essere  ancora pienamente in possesso di tutte le mie facoltà.

Guardai Leo,  riaddossatosi  alla parete. Mi fissava, in silenzio, lo sguardo vacuo, impenetrabile. Non avevo idea di cosa gli passasse per la testa. Sicuramente doveva essere spaventato, ero stato ad un soffio dalla  morte, ma dentro doveva anche covare un segreto dispiacere nel rinunciare  alla ferrata. Ne ero certo, lo conoscevo abbastanza per non dubitarne. Se solo fossi stato un poco, soltanto un po’, più veloce, tutto questo non sarebbe accaduto, ed ora  ci saremmo trovati alle costole del gruppetto di testa, anziché in quella spiacevole situazione.

E poi, avevo un moschettone da rendere. Tenermelo non era giusto, non mi apparteneva, dovevo assolutamente ridarlo a chi me lo aveva prestato e anche questa era una buona ragione per continuare, una di più. Non che fosse di capitale importanza, in fin dei conti quegli stronzi  mi avevano  quasi   ammazzato, ma dentro, da qualche parte, qualcosa mi spingeva a proseguire. Non ne capivo la ragione, non c’ era alcuna logica razionale, eppure inspiegabilmente sentivo di dover completare quanto avevo iniziato, come se interrompendolo mi venisse a mancare una parte importante cui non potevo rinunciare. Tutta la vita avevo lottato senza mai perdermi d’ animo, contravvenendo  a pregiudizi,  luoghi comuni, a quanti ritenevano la mia una condizione di inferiorità, e non mi sembrava davvero  il caso, in quel momento,  di darmi per vinto.

Richiusi gli occhi, cercando di riflettere. Per prima cosa dovevo controllare la ferita, dal suo stato dipendeva ogni mia decisione. Sembrava aver smesso di sanguinare. Osservai la maglietta, che non mostrava traccia di sangue fresco, constatando che l’emorragia era cessata. Così provai a rimettermi in piedi. Il fatto che non avessi capogiri poteva dipendere  semplicemente dalla posizione accosciata, perciò mi alzai, raddrizzandomi in equilibrio sulla gamba senza tentennamenti. Mi piegai sul ginocchio, risollevandomi di scatto, e ancora nulla, nessuna vertigine. Infine mi assicurai che nel frattempo  la ferita non si fosse riaperta, e pienamente soddisfatto saltellai accanto a Leo.

Eravamo lì per la ferrata, ebbene, l’ avremmo fatta  quella dannata, a qualsiasi costo.

Perciò, in fretta e furia raccattai  la mia roba sparsa sul terreno, buttandola   alla rinfusa nello zainetto, e  caricatomelo in spalla  mi rivolsi a Leo, che nel frattempo era rimasto a guardarmi  interrogandosi   sulle mie intenzioni.

“Abbiamo aspettato abbastanza. Facciamo quello per cui siamo venuti”.

Sorpreso dalla mia uscita, lui ebbe un impercettibile sussulto.

“Sicuro di farcela ?” si limitò, tuttavia, a  chiedere.

“Tranquillo, sto bene” lo rassicurai.

Quindi gli spiegai un’ ultima volta come intendevo procedere, di come lui dovesse tenere sempre tesa la corda fra di noi, in modo da evitare strappi in caso di caduta di uno dei due,  e soprattutto di prestare particolare attenzione tra un fittone e l’ altro a non moschettonare  contemporaneamente a me,  perché altrimenti ci saremmo trovati  sprovvisti di ogni protezione per tutta la durata dell’ operazione, col rischio di precipitare entrambi.

“Intesi, Leo ?” conclusi, alla fine.

Lui fece cenno di avere  capito.

“Ok, allora, andiamo”.

Velocemente , risalimmo il canale di roccia ed erba che  portava  all’ attacco, posto sulla destra della placca.

Una volta lì, mi girai verso di lui, fissandolo dritto negli occhi.

“Pronto a morire ?” dissi

“E tu ?” fu la sua risposta.

Quello scambio di battute faceva parte di un nostro  scaramantico rituale  con cui caricarci, come tra i giocatori di football prima di ogni partita. Un modo come un altro di esorcizzare il pericolo senza, tuttavia, prenderlo troppo sul serio.

Assolti, così, tutti i preliminari, mi apprestai a partire. Agganciai il moschettone all’ enorme catena, presi fiato e cominciai ad arrampicare in diagonale lungo una spaccatura della roccia. Quando la corda andò in tensione, Leo fece altrettanto, mantenendo la giusta distanza secondo le mie istruzioni. In breve, nonostante le dolorose fitte al piede,  fui sotto al tratto verticale. Lo superai di slancio, entrando nel canalino incapace di contenere l’ impeto della pietra che ne era debordata colpendomi, e senza problemi lo risalii sino al suo termine, abbassandomi poi leggermente in traversata ad  una grande cengia erbosa. Una volta raggiuntala,  Leo mi passò le stampelle, evitandomi così di saltellare nel lungo  tratto seguente fin  sotto alla scala, che sapevo essere quasi al termine della ferrata. Quindi, ripostele di  nuovo, rimontata una paretina, ne raggiungemmo la base. Piede a parte, mi sentivo magnificamente, come se nulla fosse accaduto, tanto che  persino io stesso stentavo a crederci. Mi aggrappai ai pioli, e con tecnica collaudata, volai la traballante scaletta,  superando le successive rocce. In alto a sinistra, al termine del canale d’ uscita, scorsi il gruppo che arrancava sulle catene. Del tipo da solo nessuna traccia. Probabilmente li aveva sorpassati.

Questa volta, però, non mi  esposi, per quel giorno ne avevo avuto  abbastanza. Perciò, rimanemmo al riparo di una roccia attendendo pazientemente  che tutti e quattro raggiungessero la cresta, dopodiché attaccammo a nostra volta gli ultimi trenta, quaranta  metri della via. Mentre arrampicavo  senza alcuna difficoltà, mi chiesi cosa ci trovassero in quel tratto di così difficile da essere tanto lenti, ma non trovai altra  spiegazione plausibile se non che fossero alle prime armi. Per questo facevano cadere tutte quelle  pietre,  qualcuna era passata fischiando sopra di noi persino intanto che aspettavamo dietro alla roccia !

Infine, anche noi sbucammo in cresta. L’ aria intorno era immobile, il silenzio assoluto, mentre una  luce intensa inondava la montagna intera, facendo risaltare il biancore del calcare sul giallo-oro dell’ erba secca in un acceso contrasto di colori. Sulla sinistra, le Grigne ancora imbiancate. Ebbri di tanta bellezza, ci guardammo l’ un  l’ altro,  scambiandoci una stretta di mano, quindi ci slegammo, riponendo corda e moschettoni nello zaino dal quale togliemmo le stampelle, e senza indugiare oltre ripartimmo a passo veloce in direzione della vetta, dove  i quattro che ci precedevano erano appena giunti.

In breve, percorrendo l’ aereo filo, fummo al Passo della Vacca. Ci abbassammo ad attraversare l’ orrido intaglio, ma quando poco dopo ne riemergemmo notammo  la cima  deserta. ‘Saranno nella conca dietro la croce’, pensai, cercando di convincermene, e accelerai il passo.

Gli ultimi metri quasi li volammo, ma una volta lì  scoprimmo  che quelli se n’ erano   andati per davvero.

“Bastardi !” disse fra i denti Leo. “Neanche un  minuto si sono fermati !”.

Ansante, sedetti sul piedistallo della croce.

“Avranno pensato che li inseguivamo” feci, amareggiato “Chiedere  i danni sembra diventato lo sport nazionale, invece volevo solo rendergli quello stupido  moschettone….”.

Mi sfilai lo zainetto, buttandolo da qualche parte per terra, e  lasciandomi andare all’ indietro, mi appoggiai alla croce col capo reclinato verso l’ alto. Fissai il cielo, quello stesso cielo indifferente al nostro destino, eppure così meraviglioso, e mi chiesi cosa muovesse i passi di ciascuno, quale magica forza si  nascondesse in ognuno di noi, tanto da farci superare qualsiasi ostacolo, e quanto in tutto ciò potessero centrare i quattro che,  codardamente, erano fuggiti senza nemmeno ascoltare le mie ragioni. Non si erano neppure curati di vedere come stavo. In fin dei conti, per quanto ne sapevano, avrei anche potuto essere morto. Almeno un minimo d’ interessamento me lo dovevano, se non altro per scrupolo di coscienza. Ma, forse, quella se l’ erano messa sotto i piedi, capitava fin troppo spesso.

Lentamente, quasi  senza accorgermene,  scivolai in uno stato di rilassante quiescenza, e mentre sgranocchiavo l’ unica barretta che avevo, cominciai ad avvertire  uno strisciante malessere, appena  percettibile,  che mi si insinuava   dentro, si allargava  a macchia d’ olio, impadronendosi di ogni tessuto, arrivando sino ai centri nevralgici del mio corpo, che  non  più compresso  dalla forte tensione si rivelava   vulnerabile, ed  iniziai a risentire gli effetti del violento colpo ricevuto. Le montagne intorno presero a vivere di vita propria,  muovendosi sempre più velocemente, e per quanto mi impegnassi  non mi riusciva di tenerle ferme come di norma avrebbero dovuto stare. Loro, al contrario, insistevano ad agitarsi, tanto che anche la cresta fatta a salire sembrava sussultare ad ogni respiro. Presi la testa  fra le mani, tenendola stretta, e cercai di dominare il senso di vertigine, ma fu  inutile. Il vortice  non accennò minimamente a diminuire e dopo un  po’ rinunciai, lasciando  che le cose andassero per  loro conto.

“Mi spiace Leo” mormorai. “La traversata delle cime la faremo un’ altra volta…”.

Lo guardai. Anche lui  ruotava come tutto il resto intorno.

“Devo avere una commozione cerebrale” dissi adagio. “Qui si muove tutto…. Meglio che scendiamo finché ce la faccio, altrimenti ti toccherà portarmi giù in spalla”.

Forte com’ era, per lui non sarebbe stato un problema, ma lo sarebbe stato per me.

“Se non te la senti, più che volentieri… ” si offrì subito, lui.

La sua disponibilità mi intenerì. Anche se non lo dava a vedere, Leo doveva essere piuttosto scosso. In condizioni normali, la cresta fatta a venire non era nulla di speciale, ma adesso, visto come stavano le cose, assumeva tutto un altro aspetto. La sua aerea esposizione, piacevolmente emozionante, poteva trasformarsi in una  trappola mortale, e visto che non davo alcuna garanzia di appoggiare le stampelle a dovere, volare di sotto era la cosa più probabile che potesse capitarmi.  L’ equilibrio era il mio segreto, affinato in anni di esperienza, di sperimentazioni,  tali da  ottenere nel tempo un’ abilità che aveva dell’ incredibile persino ai miei stessi occhi, quel qualcosa  che mi consentiva di volare ancora. Ma ora che sembrava compromesso, andavo incontro all’ ignoto, forte soltanto della mia convinzione,  non mi restava altro che questa  cui aggrapparmi.

A fatica mi raddrizzai in piedi, appoggiandomi alla croce. Barcollavo meno di quanto credessi, e questo era un ottimo segno. Stare su una gamba sola senza dondolarmi come il pennone di una nave in mezzo alla tempesta, era già un  successo, e lo trovai  confortante. Ma il peggio doveva ancora venire, il Passo della Vacca, strano nome per  un intaglio, mi aspettava in un punto non ben precisato della crestina che dovevamo percorrere a ritroso.

Sospirai, mentre  Leo mi aiutava ad infilare lo zaino. Poi, lentamente, ci avviammo. Mi sentivo nervoso, ogni passo  non faceva che accrescere l’ ansia, ma contrariamente a quanto ci si sarebbe  aspettato, anziché desistere,  continuai, mosso da una  determinazione che presto  attenuò l’ effetto domino cui ero soggetto, mentre di nuovo stretto nella morsa della  tensione, il mio corpo riprese a reagire. In capo a qualche minuto, tornai a muovermi con una certa stabilità, e sebbene non saltellassi com’ ero  solito fare, procedevo tuttavia con rincuorante sicurezza lungo il sottile filo aperto sui precipizi.

Infine arrivammo. Il Passo della Vacca stava lì, ondeggiante sotto di noi. Niente evoluzioni, pensai. Precipitare  era l’ ultima cosa che desideravo. Perciò passai le stampelle a Leo, liberandomene, e culo a terra scesi con cautela  per il canalino, aggirai la paretina evitando di guardare l’ orrido canalone che dirupava sulla destra in preda a strani sommovimenti,  e aggrappandomi a tutto quanto mi capitava sottomano anche se  sembrava sfuggirmi fra le dita, superai il vorticante intaglio, riguadagnando la cresta. Quando mi sentii sufficientemente tranquillo,  mi voltai a guardarlo, avvertendo un rinnovato senso di vertigine,   e in quel momento, e soltanto allora, mi resi conto della leggerezza compiuta,  potendo evitare ogni rischio  facendomi assicurare  da Leo con lo spezzone di mezza corda. Scossi la testa, dandomi dell’ imbecille, e ripresi il cammino, passando accanto all’ uscita della ferrata, quindi mi abbassai sul pendio erboso ed infine, smuovendo un’ infinità di pietrisco,  che mi franava sotto al piede dolorante, discesi il canalone, raggiungendo  l’ edicola votiva in legno  poco sopra l’ attacco della ferrata. Tirai il fiato. Il più era fatto, ora non restava  che scendere alla Terz’ Alpe, al massimo avrei rischiato qualche ruzzolone, niente di più,  poi  la pista di servizio dell’ alpe   mi avrebbe ricondotto comodamente a valle, dove ad attenderci c’ era la macchina. Non sapevo come, ma ce l’ avevo fatta, a rischio di lasciarci la pelle, e questo pensiero mi inorgogliva, anche se non c’ era molto di che andar fieri. Sarebbe stato più sicuro chiamare il soccorso e farmi portar via con l’ elicottero, ma l’ idea di essermela cavata da solo mi riempiva di gioia, mi eccitava,  nonostante ogni cosa avesse ripreso a girare peggio di prima,  e così mi lanciai in discesa senza più preoccuparmi di nulla.

Non appena  arrivammo alla Terz’ Alpe, restituimmo al gestore il pezzo di ferro che ci aveva prestato, ringraziandolo, poi gli  chiedemmo  dei quattro, al che lui  fece una smorfia   piuttosto eloquente, affermando di non  averli visti o, quantomeno, se erano passati lo avevano fatto alla chetichella, a sua insaputa senza fermarsi,  mentre  in genere tutti, di ritorno, sostavano per una birra o un caffè e, ripensandoci bene,  la cosa gli era parsa  strana. Così  tirammo  fuori  tutta la faccenda.

“Ecco perché non si son visti !Che gente !” fu il suo  commento, quando terminammo di  raccontargli  la storia.

“Dov’ è finito lo spirito di solidarietà, il senso di responsabilità ?”.

Già, me lo chiedevo anch’ io.

Sorseggiavo un buon caffè nel  baretto  del grande caseggiato, osservandolo mentre parlava convinto, e il liquido caldo, dal forte aroma, mi procurava una piacevole sensazione di benessere, ridandomi l’ energia di cui avevo estremo bisogno.

“Certe persone farebbero meglio a starsene a casa loro”,  proseguì intanto lui, riferendosi ai quattro che, a suo dire, oltre ad avere causato l’ incidente, che già non era poco,   si erano anche macchiati di omissione di soccorso, un’ accusa grave, si sa, ma del tutto giustificata, d’ altra parte i fatti parlavano da soli.

Non aveva tutti i torti, certo una bella lezione se la sarebbero meritata,  ma l‘idea di sporgere denuncia contro ignoti non mi sfiorò neppure. A chiunque poteva capitare di far cadere involontariamente dei sassi, anche a me era successo, non per questo bisognava essere messi  alla berlina. Piuttosto, ciò che non gli perdonavo era di essere fuggiti come ladri, senza neppure  curarsi  delle conseguenze del loro gesto, anche se li potevo capire benissimo. Con ogni probabilità, sapendosi colpevoli, oltre ad eventuali implicazioni penali,   temevano chissà quali ritorsioni da parte mia, mentre a me sarebbero invece  bastate le loro scuse. Possibilità, questa, che  nemmeno  se l’ erano immaginata, figuriamoci  prenderla  in considerazione, troppo lontana dalla pragmatica mentalità utilitaristica che si andava radicando in ogni sfera sociale, semplicemente  impensabile per gente le cui relazioni interpersonali erano sempre più  regolate da rapporti  di tipo puramente  economico, ma per quanto li comprendessi, non li giustificavo. Capire e giustificare non erano sinonimi. Si poteva capire senza giustificare e, viceversa, giustificare senza capire.

Posai la tazza sul bancone. Era tempo di muoverci, perciò mi avviai all’ uscita. Leo fece altrettanto dopo essere  rimasto in disparte tutto il tempo, silenzioso come sempre,  ascoltando ciò che dicevamo senza mai interloquire, tacita presenza protettiva.

Una volta fuori, il  gestore ci raggiunse.

“Se volete, vi porto a Gajum col fuoristrada, non fate complimenti”, si offrì gentilmente di accompagnarci.

La proposta era allettante, non potevo negarlo, risparmiarmi il lungo tratto di sterrata   era quanto di meglio potessi chiedere, ma ormai ero deciso ad arrivare  fino in fondo con le mie forze.

Sicché, un po’ a malincuore,  reclinai l’ offerta, e salutandolo cominciammo a scendere.

Tutto sommato, arrivammo prima di quanto credessi. La testa mi girava ancora, ma meno, e quando finalmente  mi allungai sul sedile per un momento mi sentii un altro, ma  giusto il tempo che Leo accendesse il motore, e ogni cosa riprese a turbinare  vorticosamente, provocandomi un forte senso di nausea, sintomo inequivocabile  che la fase più acuta  era tutt’ altro che superata, e che era tempo di seguire il consiglio del gestore della Terz’ Alpe, andare  al più presto in ospedale.

Quindi, una volta sulla statale, anziché per Como, prendemmo per  Erba, e dopo vari giri a vuoto attraverso la periferia che mi sembrarono durare un’ eternità,  finalmente entrammo nel pronto soccorso. La testa pareva dovesse scoppiarmi da un momento all’ altro.

Per nostra fortuna non c’ era molta gente. Nessuna coda, né pazienti urlanti, o infermieri trafelati, soltanto un’ insolita calma, rara in posti simili dove in genere regnava il caos. In pochi minuti sbrigai le pratiche burocratiche, mi misero in attesa e dopo una mezzora un infermiere  venne a prelevarmi con una carrozzina. Mi ci caricò sopra, portandomi in una sorta di studiolo dove c’ era un medico, il quale  mi fece un mucchio di domande, compilando un modulo, dopodiché controllò la ferita che si era già rimarginata, armeggiando  parecchio fra i capelli incrostati di sangue.

“Bel taglio ! ”, concluse  alla fine. “Dovremo riaprire la ferita per suturarla”.

Si girò, appoggiando la cartella clinica sulla scrivania.

“Le farò l’ anestesia, non si preoccupi” soggiunse poi,  notando la mia espressione contrariata.

Cominciai a sudare freddo. Nonostante i mesi d’ ospedale seguiti  all’ incidente che mi era costato la gamba sinistra, il sacro terrore che avevo per le iniezioni non si era affatto attenuato, e quando preparata la siringa,  mi iniettò l’ anestetico in vari punti della nuca, strinsi i denti, rigido come una statua.

“Ecco fatto” disse quand’ ebbe finito. “Fra un po’ farà effetto, si rilassi intanto”. Posò la siringa in una bacinella e scomparve dietro al paravento.

Guardai Leo, in piedi a pochi passi, e ci scambiammo un’ occhiata di complice intesa. Poi lasciai che l’ anestesia facesse il suo corso, abbandonandomi contro lo schienale. Ben presto collo e nuca divennero insensibili, mentre un dolce  torpore si impossessò delle mie membra.

Sonnecchiavo quando la voce del dottore mi riscosse.

“Venga, ce la fa a salire sul lettino ?”.

Scesi dalla carrozzina,  e aiutato dall’ infermiere montai sulla lettiga, dove mi distesero a pancia sotto. Quindi il medico si  infilò i guanti,  trafficò coi ferri, ed infine si sistemò alle mie spalle, bloccandomi il capo con la mano. Cominciò col tagliarmi i capelli, pulendo e disinfettando  per bene la parte, poi iniziò ad incidere. Procedeva lento, seguendo le increspature dei labbri mal accostati della ferita  con estenuante precisione, separando metodicamente i lembi di pelle ormai rimarginati, indugiando  col  bisturi nei punti più delicati.  Ne avvertivo ogni gesto, ogni minimo spostamento,  i cambi di pressione, la lama che sembrava  sfregare contro l’ osso, e benché non provassi alcun dolore, avevo l’ impressione  che quella tortura non sarebbe mai finita. Invece durò  pochi istanti, e mentre l’ assistente tamponava, il medico prese ago e filo, ricucendomi con sette punti. Questa volta, però, l’ operazione durò parecchio di più. Sentivo l’ ago penetrare nella pelle, intuivo i movimenti delle dita che annodavano e la  leggera trazione seguita dal secco rumore del taglio delle forbici, poi la cosa si ripeteva un poco più a lato, nella medesima sequenza, finché non ebbe terminato. Dopodiché  mi applicò un grosso cerotto, invitandomi a mettermi seduto.

“Ora le faremo una lastra di controllo” spiegò, togliendosi i guanti. “Se, come credo, non ci sono complicazioni, la  dimettiamo, altrimenti dovremo trattenerla qui almeno  stanotte”.

Finì di lavarsi le mani e mi venne vicino.

“Ce la fa a scendere  o le serve una mano?”

Gli lanciai un’ occhiataccia. “Dottore, scalo montagne, se l’ è dimenticato ?”.

“Ah,  già….” parve rammentarsene all’ improvviso.  “Ha ragione…. mi scusi” cercò  di rimediare in qualche modo, senza tuttavia perdere il  fare sbrigativo tipico dei medici.

Balzai giù dal lettino, e con un saltello raggiunsi la carrozzina, tenuta ferma dall’ infermiere che non poté  evitare di sorreggermi per  un braccio, anche se non ce n’ era alcun bisogno. La stessa scena si ripeté  quando dovetti  sottopormi alla radiografia, e di nuovo quand’ ebbero finito, facendomi rimpiangere la montagna dove potevo essere me stesso, una persona pienamente capace anche agli occhi degli altri, e non oggetto di falsi pietismi o mortificanti attenzioni !

Diedi un calcio all’ aria, stizzito, e lasciai che l’ infermiere mi parcheggiasse nel salone tra gli altri pazienti, dove rimasi a lungo in attesa prima che tornasse, scambiando nel frattempo  qualche chiacchiera con  Leo.

“Venga” disse, quando fu di ritorno, “il dottore la vuole”.

Nella mano reggeva il plico delle radiografie, che consegnò al medico una volta nello studiolo.

“Bene” fece questi, dopo aver osservato  lastre e reperto. “Leggera commozione, niente di grave. Se l’ è cavata con poco”.

Si mise al computer   e cominciò  a battere sulla tastiera, ignorandomi del tutto.

“Significa che mi dimette ?” provai  a dire, allora, titubante.

Lui alzò gli occhi.

“Si”. Mi guardò un istante, quindi  riprese a scrivere, dicendo  “Prima di andarsene, però,  mi serve un  resoconto abbastanza dettagliato sull’ incidente, sa, per il verbale della polizia…”.

Per sommi capi gli raccontai tutta la storia, omettendo però che la pietra non era caduta in modo accidentale, lui annotò qualcosa,  poi stampò  il foglio di dimissioni, me lo diede  e andò a prendere una borsa del ghiaccio.

“Se la metta quando l’ effetto dell’ anestesia sarà finito, la ferita le farà molto male” disse, porgendomela.

Mi mostrò come fare, spiegando di darle un colpo secco,  e raccomandandosi  di ricoverarmi subito nel caso avessi ancora provato nausea, vertigini o forti emicranie,  mi congedò.

Fuori, quando  rimontammo in auto, era ormai buio. Le luci accese nelle case  rischiaravano anonime  schegge di vita, mentre per strada regnava un  caotico rincorrersi di fari,  e reclinato leggermente il sedile mi ci allungai per essere più comodo. Sembrava assurdo, ma tra  mille  direzioni a disposizione, la pietra aveva preso proprio la mia. Stando al  calcolo delle probabilità, avrebbe dovuto proseguire lungo il canalino, schizzando via lontano. Invece non era andata così., non questa volta, perlomeno. Altrimenti ora non mi sarei trovato qui, chiuso dentro una scatola di latta a chiedermi il senso di tutta questa storia. Certo, spiegarne le ragioni meccaniche non sarebbe stato difficile, pura  questione accademica di balistica, di angolazioni e traiettorie, ma capirne il ‘perché’, oltre la mera  sequenza  degli avvenimenti, era  tuttaltra faccenda. Di un fatto, tuttavia , ero sicuro : non era stata la pietra, né la montagna per lei, a decidere di colpirmi, soltanto il caso. La combinazione fortuita di eventi che qualcuno, molto tempo fa, sbagliando chiamò destino.

“A destra, Leo”, dissi, notando una   sua indecisione sulla direzione da seguire.

L’ effetto dell’ anestesia si andava esaurendo, e come anticipato dal dottore, il dolore alla nuca cominciò ad acutizzarsi, mentre la  testa   sembrava  avere un cappio di filo spinato intorno. Perciò, avrei preferito starmene tranquillo, dormire un po’ magari, invece di  fare da navigatore per non finire chissà dove, ma decisamente, con le strade, Leo non ci andava   d’accordo, e mi toccò guidarlo sino all’ imbocco della grande rotatoria che immetteva sulla statale.

“Alla rotonda ancora a destra”.

Sterzando dolcemente, lui eseguì la manovra, inserendosi nel flusso di veicoli che procedevano  nel nostro stesso senso di marcia. Finalmente  eravamo fuori dal centro di Erba, sulla statale per Como, sbagliare era ormai impossibile anche per Leo, e quindi mi rilassai, convinto di   poter  dormire sonni tranquilli.  Muovendomi adagio, cercai di rimettermi comodo, ma subito il dolore alla nuca divenne insopportabile. Sicché, presi la borsa del ghiaccio, e seguendo alla lettera le istruzioni impartitemi dal medico,  le  assestai un sonoro pugno nel mezzo. Con mia  grande sorpresa,  si raggelò in pochi istanti, così la applicai sulla ferita,  schiacciandola per bene contro il poggiatesta perché vi rimanesse incastrata. La sensazione di benessere che ne ricevetti fu immediata, rianimandomi quel tanto che bastava per avvertire    un’ impalpabile  vibrazione attraversare l’ abitacolo. Sembrava provenire da Leo.

Girai appena la testa, dandogli  un’occhiata di sfuggita.  Guidava  calmo, con prudenza ,  attento ai sobbalzi per non crearmi ulteriore disagio, e non ci trovai niente di strano.  Tuttavia,  percepii che qualcosa, sotto la pelle, gli bruciava., come se avesse da togliersi un peso dallo stomaco  e ci rimuginasse sopra senza decidersi a sputarlo fuori. Lo capivo  da come si muoveva,  cambiava di marcia, dal modo stesso di schiacciare i pedali o tamburellare coi polpastrelli sul volante. Piccoli gesti insignificanti,   indecifrabili a chi non lo conosceva, ma   che a saperli  interpretare nel giusto verso,  suonavano quali inoppugnabili segnali  che qualcosa, dentro,  lo rodeva.

Trascorse così qualche minuto, senza che dicessimo nulla. Ormai Tavernerio era  alle nostre spalle, mentre   Como cominciò ad apparirci in un  fantasmagorico miscuglio di luci adagiate quasi in un abbraccio  intorno al lago, il cui profilo si indovinava  dall’ oscurità che al contrario vi regnava.   L’ atmosfera nell’ abitacolo, intanto, si era fatta pesante, prigioniera di un insopportabile silenzio che

Leo si decise  a rompere soltanto una volta fuori città..

“Accidenti, Oli, non so da dove cominciare….” iniziò col dire. “Quando quei  quattro si sono messi a  gridare ‘sasso,sasso’, mi sono spaventato. Subito non ho capito, poi ho sentito il casino che facevano  e ho guardato su. Sembrava un  proiettile, faceva paura.  Allora  mi sono  schiacciato contro la parete, appena in tempo. Me lo sono visto  passare così vicino  che c’ è mancato un pelo.  Mi ha proprio sfiorato. Qualche centimetro più in qui e  avrebbe colpito anche me!”

Prese fiato.

“Me la sono vista davvero  brutta , sai Oli”

“Ci credo”.

“Non mi era mai capitata una cosa del genere. Cavoli,  non ho avuto  neanche il tempo di tirare il fiato che ha battuto contro la roccia, mamma mia che botta ! L’ ho visto che veniva dritto verso di te, come impazzito, che tu non ti muovevi, che te ne stavi lì a guardarlo senza fare niente….’Buttati giù, maledizione, altrimenti ti ammazza ! ’, mi sono detto, invece tu hai aspettato, magari non lo avevi ancora  visto, e volevo urlarti di ripararti, di gettarti a terra,  ma non ce l’ ho fatta, la voce non mi usciva di bocca. Poi, per fortuna,  ti sei rovesciato di fianco, ma oramai era troppo tardi e quando ti ha colpito, ho pensato ch’ eri morto. Allora sono corso lì, è stato terribile. Mi si strappava l’ anima, come se me  l’avessero fatta a pezzi. Non mi sembrava vero, peggio di un incubo, dopo tutto quello che avevamo passato insieme, fare quella fine e proprio sotto i  miei occhi !”

Tacque un istante.

“Ero disperato, col cuore in gola, la vita sospesa, ma dopo due passi mi sono accorto che ti muovevi, ti toccavi la testa, e ho tirato un sospiro di sollievo. Eri vivo ! Quasi non ci credevo, ma alla faccia di quel sasso malefico ti eri salvato e ne ero felice, anche se non ho avuto nemmeno il tempo di accorgermene. Dovevo sbrigarmi, mica potevo lasciarti così, dovevo fare qualcosa per aiutarti, in fretta,  ma non sapevo cosa  …. Sanguinavi, come una fontana,  c’ era sangue dappertutto….. cristo, non voglio più pensarci !”.

Storse le labbra in una smorfia disgustata, come cercando di scacciare la terrificante scena materializzatasi di colpo  nella sua mente,  e subito riprese.

“Dopo, a cose apparentemente  sistemate, ho pensato ‘ Basta, adesso ce ne torniamo a casa e al diavolo questa dannata ferrata ’. Proprio così. Non ne volevo più sapere, avevo perso motivazione, mi mancava lo stimolo. Insomma, non mi interessava  più, davvero. Credimi, desideravo solo farla finita una volta per tutte e scendere pian piano alla macchina. Perciò, quando ti ho visto raccogliere la roba e metterla nello zaino, ho creduto che anche tu  volevi fare altrettanto. Invece….”.

D’ un tratto la sua espressione cambiò.

“Incredibile” batté entrambe le mai sul volante, risollevandosi “Sembravi volare, come se niente fosse accaduto, oltretutto con un piede che non funziona a dovere. Mitico ! Dovevano vederti, quegli stronzi, magari imparavano qualcosa !”.

Istantaneamente passò  dallo stato di angosciosi quanto tristi ricordi in cui era sprofondato, ad un galvanizzante   entusiasmo che gli sprizzava da ogni poro della pelle. In quel momento, notai, la sua considerazione nei miei riguardi era alle stelle, ma al contrario di lui, io  non ero del tutto certo di meritarmela, non in questo caso, perlomeno.

“Accidenti, Oli, sei proprio duro” proseguì intanto lui, infervorato. “ Neanche quel sasso ti ha fermato ! Al posto tuo io non sarei mica andato avanti, non in quelle condizioni, e non  so come ci sei riuscito tu !”.

Non risposi. Quello era uno dei discorsi più lunghi che gli avessi mai sentito fare. Con ogni probabilità, anche lui, in un modo o nell’ altro, doveva scaricare la tensione accumulata, e parlarne era senza dubbio il sistema migliore.

Perciò, lo  lasciai  continuare.

“Tutto per un moschettone di emme !”.

“Già che se quei bastardi non si fermavano  a  darcelo, magari quel cazzo di sasso non cadeva!” “Tanto, noi, ce la facevamo anche senza !” considerò subito dopo.

Batté  energicamente  la mano sul volante, come a rimarcarlo, restando in silenzio. Intanto, i fari delle macchine  in senso contrario gli illuminarono il bel volto atteggiato ad un’ espressione sprezzante.

“Che  te ne farai, adesso ?” chiese,  poi.

“Di cosa ?” risposi, soprapensiero.

“Del moschettone”

“Non ne ho idea”, dissi distrattamente.

Mi rovesciai all’ indietro, premendo  forte la borsa del ghiaccio, il dolore alla nuca si era fatto acuto.  In quel momento non avevo voglia di pensarci e, sinceramente, non me ne fregava proprio niente,  l’ ultimo dei miei pensieri.

“Secondo me” insistette, invece, lui “dovresti buttarlo. Quel coso è iellato, porta sfiga”.

Probabilmente aveva ragione, e visto com’ erano andate le cose, avrei fatto bene a dargli retta. Ma qualcosa, dentro, mi diceva che era sbagliato, sicché ci pensai  un po’ su, prima di decidermi.

“No, credo che lo terrò”, dissi alla fine, dopo averci riflettuto sopra abbastanza “Così, ogni volta che lo guarderò mi ricorderò di questo giorno, di quanto sono andato vicino alla morte. E’ stato un grande insegnamento, bisogna far tesoro delle esperienze, belle o brutte che siano. Fatti come questo di oggi, fanno capire quanto siamo piccoli, spesso arroganti, presuntuosi. Più che una sfida, con se stessi o la montagna, l’ alpinismo è prima di tutto  un atto d’ amore, sebbene  talvolta metta a dura prova. Sentirsi vivi, all’ ennesima potenza, sapere di esistere e gioirne, ecco ciò che conta davvero e per cui vale la pena di correre tanti rischi. E allo stesso tempo  dare il meglio di noi,   arricchendo quel  patrimonio che ci è proprio, fatto di razionalità, logica, magari,  ma anche sentimento,  emozione, magiche parole che  in poche lettere riassumono  il senso di azioni apparentemente inutili. Incanto, sorpresa, avventura sono  i compagni di un viaggio ogni volta diverso, in cui perdersi per ritrovarsi e  dal quale trarre nuovo alimento per l’ anima, qualsiasi cosa si intenda per essa. Altro che montagna assassina ! ”.

Per un attimo, mi passarono davanti agli occhi i titoli ad effetto di giornali e  telegiornali, “NUOVO TRIBUTO SULL’ ALTARE DELLA MONTAGNA :  DISABILE MUORE PER LA CADUTA DI UNA PIETRA ”, seguiti dai soliti  resoconti distorti e poco veritieri  di giornalisti incompetenti. Non ne potevo più di tutte queste storie mal riportate, di tragedie, di lutti , nient’ altro che di questo si parlava, quasi che  la montagna fosse  un vero e proprio carnefice, armato di   precise volontà omicide. Almeno così sembrava da come riportavano le notizie,  e  dato che se ne ricordavano soltanto in  simili occasioni per poi dimenticarsene subito, c’ era da scommetterci ch’ era vero. Per fortuna le cose non stavano così, ma farlo capire alla gente  era tuttaltra faccenda.

Però, grazie  alla mia prontezza di spirito non ci sarebbero stati articoli,  tanto meno servizi televisivi, nessuno avrebbe parlato del caso né    si sarebbe chiesto  che diavolo ci faceva uno come me in  posti del genere. Se poi ero tanto pazzo d’ andarci lo stesso, beh,  affari miei !

Sospirai, scacciando quella fantasia, e mi riallungai sul sedile,  tenendo sempre premuta la borsa del ghiaccio, mentre con la mano libera schermai gli occhi dai fastidiosi  fari delle auto. Il cerchio alla testa non accennava ad allentarsi.

“Fai come ti pare”diceva, intanto, Leo.“Non prendertela con me, però, se poi ti capita qualcosaltro”.

“Non sono superstizioso,  non fino a questo punto, perlomeno”.

Socchiusi gli occhi, in modo da evitare le luci senza doverci tenere la mano sopra. Ancora pochi chilometri e saremmo arrivati a Varese, ma la cosa non mi consolava affatto. L’ indomani in laboratorio mi aspettava una dura giornata, dieci ore in piedi, stress e fatica nonostante tutto, vecchie   e nuove ferite, e    dio solo sapeva come  avrei fatto a tirar sera. Non era  vita, ma anche a volere, non potevo mancare, ce n’ era troppo bisogno. Il lavoro andava a rotoli, con ogni probabilità  avremmo finito col chiudere, ed era  desolante, se non  deprimente,  doverlo ammettere, significava il fallimento di una vita,  sacrifici, sogni, speranze buttati al vento. Lacrime e sangue  spesi inutilmente. Ma quello non era il mio unico cruccio. Dopo ventitré anni insieme, Doriana  se n’ era andata,  sei mesi prima, proprio il giorno in cui, sconsolato e abbattuto, rientravo dal mancato tentativo al Cervino. Al suo solito,  aveva inscenato una lite furibonda, che però quella  sera sfociò nell’ abbandono. Tutta colpa della montagna, avrebbe detto in seguito. Ovviamente, la cosa non mi lasciò indifferente, anzi, ne rimasi prostrato. L’ amavo molto, e la sua perdita  mi procurava un lacerante  dolore, mescolato  alla  rabbia di vedere infranto il  mio sogno d’ amore. Naturalmente, per ragioni di lavoro continuavamo a vederci, in laboratorio,  dove assurdamente  lei non perdeva occasione per litigare, e certo i nostri dissidi non mancarono di pesare ulteriormente sull’ andamento negativo dell’  attività  comune, che vedevo ogni giorno  di più andare a fondo, come su  Xania,  che di sicuro  ne risentì enormemente pur non dandolo  a vedere. Senza dubbio, il trauma  della nostra separazione dovette segnarla profondamente, difatti il suo rendimento  scolastico ebbe un drastico calo, ma non solo, si tirò fuori da ogni questione, dichiarandosi  neutrale. Poi ci fu l’ incidente con lo scooter, il destino sembrava accanirsi su di me. Accadde un mattino presto, mentre mi recavo ad aprire la ditta. Una macchina mi tagliò la strada senza rispettare lo stop e non potei evitarla. L’ impatto  mi scaraventò ad una decina di metri di distanza, fratturandomi il piede. Così avevo passato un mese costretto all’ immobilità, in carrozzina, chiuso in laboratorio a sbrigare pratiche d’ ufficio dovendo oltretutto  subire le sfuriate di Doriana. Davvero triste. Non credevo di meritarmelo, soprattutto non dopo quello che avevo passato, il dolore, la disperazione, la rabbia per aver perduto una gamba a vuntun anni, l’ età di Leo. Sembrava impossibile, eppure era successo. Ma ero sopravissuto, nonostante tutto. E ora, come se non bastasse,   ci mancava  solo questa brutta faccenda !

Provai un groppo alla gola e  d’ un  tratto ebbi  voglia di piangere, lasciarmi andare, sfogare sentimenti, passioni  che mi si rimescolavano dentro e stentavo a trattenere, stretto come un bambino  fra le  amorose braccia della madre, ma ricacciai  a forza  le  lacrime che pungevano   le palpebre socchiuse perché  Leo non  se ne accorgesse. Non avevo idea di che immagine si fosse fatto di me,  quali fantasie avesse costruito sul mio conto, se mi vedeva come il padre che desiderava, o che altro, ma di qualunque cosa si trattasse,  volevo che la preservasse così com’ era. Anche se non ero l’ eroe che lui riteneva, ma soltanto un uomo che seguiva la sua natura, mostragli le mie debolezze non gli sarebbe servito. Al contrario, avrei rischiato di distruggere ciò   che faticosamente si era andato creando pezzo dopo pezzo, e  questo, certo, non gli  avrebbe giovato. Del resto, neppure   io  avrei trovato in lui lo sfogo che cercavo e  di cui avevo bisogno. No, ci voleva dell’ altro, ad entrambi. Altre occasioni, situazioni diverse, momenti migliori, o forse anche solo  qualche sorriso, ma dentro quell’ abitacolo buio eravamo così dannatamente soli,  che  tutto sembrava inutile.

Stancamente, mi voltai a guardarlo, assorto nella  guida, poi  abbandonandomi sul sedile,  mi lasciai condurre verso una casa vuota, dove nessuno mi aspettava, perso nell’ oscurità della notte.

 

20/05/2010

By Laiver