Non chiedere al vento. Piz Medel 2005

Non Chiedere al Vento

Piz Medel:                                                                                                  

Una montagna di nessuno

 

 

La salita

 

 Lentamente, la luce cominciò a filtrare attraverso la finestra. Facendosi largo fra spessi strati d’ incoscienza, arrivò da qualche parte del mio cervello, gridandomi confusamente qualcosa.  Frasi incomprensibili, prive di senso che mi attraversavano la mente come meteore incandescenti,   flash improvvisi che non la volevano smettere di sfrecciare all’ impazzata, come se qualcuno si stesse divertendo a tormentarmi punzecchiandomi di continuo le palpebre. Infastidito,  provai ad ignorarla. Il calore delle coperte in cui ero avvolto era troppo piacevole per interromperlo, e mi girai dall’ altra parte, cercando di prolungarlo il più  possibile. Ma la sgradevole sensazione, anziché cessare divenne insistente, parlandomi da dentro, senza tregua,  con quella sua vocina stridula, insopportabile, finché alla fine dovetti rassegnarmi ad aprire gli occhi.

L’ evanescenza argentea che impregnava la stanza dava all’ ambiente circostante un aspetto surreale, e sulle prime faticai a realizzare dove mi trovavo. Poi, riemergendo dalle nebbie ovattate del sonno, riconobbi il luogo. Si trattava del dormitorio della capanna Scaletta, in alta val di Blenio dov’ero salito il giorno prima, con Massimo. Anzichè il lungo sentiero seguito dalla gran parte degli escursionisti, avevamo preso la ripidissima scorciatoia che da Pian Gieret tagliava direttamente su per prati e roccette e al nostro arrivo Peter, il custode, ci aveva accolti festosamente. Era un po’ che non ci vedevamo,  da quando cioè l’ anno prima avevo battuto quella zona,  e il suo caloroso benvenuto era più che giustificato. Dopo un buon caffè, quattro chiacchiere sui nostri trascorsi, ci aveva sistemati nel camerone, ora immerso nella penombra. Fuori albeggiava.

Steso, cullandomi nel confortevole tepore, attesi in silenzio finché un cicaleccio interruppe i sogni che andavo costruendo. Di malavoglia, scostai le coperte, scrollandomi di dosso il torpore, e mi misi seduto. Al mio fianco, anche Max si mosse, e quella dannata sveglia che mi aveva strappato dal caldo abbraccio riportandomi alla realtà, finalmente smise.

“E’ ora, alziamoci” fece lui, sottovoce.

Ormai non potevo più rimandare, e mio malgrado accettai la levataccia impostami da Max.

Cercandone a tastoni i capi, piegai le coperte, riponendole per bene, poi saltai giù dal letto. Sedetti sul pavimento, frugando attorno alla cieca finché sentii la scarpa sotto le dita. Me la infilai, e mi rialzai sbattendo la testa contro la traversa in legno della   fila superiore di tavolacci che percorreva l’intero stanzone. Mugugnai, massaggiandomi la parte dolorante.

“Non fare casino!” La voce di Max mi arrivò come un sibilo.

Aveva acceso la frontale e stava armeggiando con non so cosa .

“Ti aspetto giù” risposi, indispettito dall’ inutile rimbrotto.

Mi abbassai di nuovo, rovistai per terra e afferrate le stampelle mi avviai lungo il corridoio che divideva la camerata. Arrivato alle scale, scesi ai bagni, sistemati nel seminterrato, mi diedi una sciacquata e risalii nella sala da pranzo.

La trovai deserta. Le tavole, avvolte in un’ atmosfera lattiginosa, apparivano ordinate, già apparecchiate. Sulla nostra facevano bella mostra due thermos, pane, marmellata e burro. Peter era stato di parola, osservai passando. Ci aveva preparato la colazione prima di coricarsi e ora se la dormiva della grossa. Buon per lui.

Mi piaceva Peter. Soprattutto perchè sapeva mantenere la giusta distanza dalle cose. Una qualità rara. Il ‘vichingo’, così  lo avevo soprannominato fra me e me  per via del codino biondo e il tatuaggio che aveva dietro al collo. Un originale, senza dubbio, come spesso si definiscono le persone del suo genere, poco lige alle regole e fuori dagli schemi. Da aprile ad ottobre gestiva la capanna, una delle più frequentate del  cantone,  e nei mesi  freddi, quando gli affari stagnavano,  andava a svernare in sudamerica,  come un uccello migratore, facendo il cuoco nel ristorante di un amico, ma  solo  quando e se  ne aveva voglia. Mi chiedevo come facesse sua moglie così carina,  a resistere con uomo che non c’ era mai, ma  quelli erano problemi loro, non mi riguardavano.  Per me contava solo essere lì, ambiente magnifico, trattamento ottimo e buona compagnia, cos’ altro chiedere di più  ?.

Badando ad evitare le panche, mi diressi il più silenziosamente possibile all’ ingresso, aprii la porta e raggelando uscii. Fuori la temperatura, piuttosto bassa per fine agosto, mi provocò un brivido. Sbuffai una nuvola di vapore. L’ aria tersa, il cielo sereno lasciavano ben sperare, mentre il Piz Medel si stagliava grandioso contro l’ orizzonte, di una bellezza perfetta. Ne seguii l’ interminabile profilo della cresta che avremmo dovuto percorrere, oltre la grande conca di pian Geiret che si apriva sotto di me, e mi soffermai sulla parte alta, simile ad un     immenso ventaglio completamente imbiancato. Soltanto qualche striatura nera indicava la presenza della roccia.

Spostai lo sguardo più a sinistra, alla nostra seconda meta, la Cima di Camadra, piramidale ed ardita. Di nuovo indugiai sulla massa candida che in alto sembrava piuttosto consistente. Scossi la testa, la nevicata dei giorni precedenti proprio non ci voleva, rischiava di rovinare tutto. La via, sebbene lunga e faticosa, in condizioni normali non era particolarmente difficile. Ma ora poteva trasformarsi in una trappola, e noi stavamo per caderci dentro.

Angustiato, passai ai ripidi pendii che mi fronteggiavano, vividi  nella luce spettrale del mattino, anch’essi ampiamente innevati nella parte superiore, in netto contrasto col  verde scuro dei ripidi prati ancora in ombra che più in basso precipitavano sulla conca. Era da lì che saremmo scesi. Stanchi e provati dal duro percorso.

No, non sarebbe stata una passeggiata.

Istintivamente, abbassai lo sguardo. Non stavo forse pretendendo un po’ troppo?

Certo, dopo quella prima volta con le stampelle sul Monte Nudo, in Valcuvia, quasi trent’ anni prima, ne avevo fatta di strada, salito centinaia di montagne, vissuto esperienze ineguagliabili, ma mai e poi mai avrei immaginavo di ritrovarmi ad  affrontare una situazione come questa. Ancora debilitato dalla lunga degenza in ospedale, a terra come lo può essere chi improvvisamente ha visto la sua vita distrutta in un istante, e senza la benché minima esperienza nell’ uso delle stampelle, mi ero intestardito a provarci comunque. Dovevo assolutamente ritrovarmi, ridare  senso alla mia vita, e quella mi era sembrata la cosa migliore da fare. Sputai sangue, maledii tutto e tutti, il cielo e la terra, me e la mia pazzia,  ma alla fine, non so come, ce la feci. Con una sola gamba ero salito sul Monte Nudo, incredibile. Il primo passo verso l’ impossibile era fatto.  

Infreddolito, rientrai.

Seduto a tavola, Max imburrava una fetta di pane. Mi sembrò tranquillo, sicuro di sé.

“La vedo dura…” commentai, accomodandomi a mia volta.

“Perché ?”

“C’ è tanta neve. Troppa. Ieri non sembrava”.

In effetti, il giorno prima non ci eravamo resi conto di come stavano veramente le cose. La nuvolaglia che ricopriva le montagne di magici arabeschi ce le aveva nascoste. Così   avevamo ritenuto che  il sole le avrebbe ripulite nel giro di qualche ora. Ma era evidente che ci eravamo sbagliati, ed ora il nostro errore appariva in tutta la sua drammatica realtà.

“Farò una fatica cane”. Masticai amaro, presagendo quanto mi aspettava.

Mi versai del caffè.

“Nessuno ci obbliga….”.

“E poi” soggiunse Max “anche se non arriviamo in cima non è la morte di nessuno…”

Già. Non potevo dargli torto. Aveva tutte le ragioni. Forse avremmo fatto meglio a restarcene in capanna,  dirottarci su un itinerario più abbordabile, oppure tornarcene a casa. Ma la cosa non rispecchiava il mio carattere.

“Tanto vale lasciar perdere !” esclamai contrariato.

Decisamente, l’ idea di partire sapendo che avremmo rinunciato mi era indigesta. Certo, la soluzione di optare per qualcosa di più semplice era allettante, ma anche messa così la cosa   non mi piaceva. Troppo banale. Ciò che invece mi assillava, era se, al di là del sovrappiù di fatica che mi sarebbe toccata, il Piz Medel fosse o meno alla nostra portata, e la mia risposta era si. Ma non ero altrettanto sicuro che Max la pensasse alla stessa maniera. Magari intendeva provarci davvero, oppure invece lo faceva tanto per darmi un contentino, ma senza metterci la giusta convinzione. Chi poteva dirlo ?

Bevvi un sorso di caffè. Forse quello di Max era solo uno scrupolo nei miei confronti, pensai. Non trovai altra spiegazione, almeno così mi parve. Sicché scacciai il sospetto appena affiorato, e tornai alla colazione.

“Sicuro di voler partire?” mi chiese infatti lui, posando la tazza.

“Nessun problema”

Lui indugiò un attimo. Poi, dimostrando di conoscermi piuttosto bene, disse:

”Ti sei caricato abbastanza, là fuori?”

“Mai stato meglio”.

“Ok.   Muoviamoci , allora” disse convinto.

Velocemente, finimmo ciò che restava della colazione. Gli zaini li avevamo preparati la sera, perciò ci bastò infilarli sulle spalle e fummo pronti ad uscire. Fuori, l’aria frizzante ci convinse subito ad affrettarci. La pozza ghiacciata accanto alla fontana, la brina che ricopriva la poca erba tra le pietre non ci impressionarono, e con un’ ultima occhiata all’ indietro, di buon passo ci avviammo in direzione del Passo Greina.

Presto arrivammo al bivio, poco sopra la capanna. Scendendo sulla sinistra guadammo il Brenno, e ne risalimmo l’ accidentata valletta che sbucava sul Plan Greina. Conoscevo quel sentiero per averlo percorso in discesa l’ anno precedente, di ritorno dal Piz Gaglianera dov’ ero stato con Vittorio, un cane sciolto che come me  non disdegnava ambienti solitari. Eravamo saliti in giornata, sotto l’ implacabile sferza di un sole cocente che ci aveva scorticato per tutto il tempo. Un vero supplizio, durato ogni singolo metro degli oltre millesettecento necessari ad arrivare in vetta. Di ritorno, la sera, ero cotto, ma più che mai soddisfatto.

D’ altronde, la bellezza del Gaglianera, con la sua estetica figura di dente acuminato, mi aveva stregato stimolando la mia fantasia. Era stato in quell’ occasione, infatti, che avevo immaginato la lunga cavalcata che stavamo per intraprendere: salire alla Fourcla sura de Lavaz, percorrere l’ accidentata cresta est del Medel lunga alcuni chilometri, scavalcarne l’ anticima e ridiscendere ad attraversare un breve lembo di ghiacciaio che adduceva al roccioso tratto finale. Una volta raggiunta la vetta , a 3.211 metri di altezza, avremmo dovuto proseguire lungo la cresta sud-ovest per tornare ad abbassarci di nuovo fino al ghiacciaio. Questa costituiva la parte che più mi preoccupava, in quanto vi erano concentrate le difficoltà maggiori, da affrontare senza conoscerne le condizioni.

Dal ghiacciaio, poi, avremmo puntato alla Cima di Camadra, che si prospettava faticosa e infida, portandoci infine, dopo averne toccato la cima, al colle dove terminava la cresta sud e iniziavano i ripidi pendii che avevo osservato all’ alba.

Era chiaro, perciò, che avremmo dovuto mantenere sempre la massima concentrazione, senza mai perderla, nemmeno per un minuto. I pericoli da affrontare erano innumerevoli , i rischi oggettivi grandi, e altrettanto imprevedibili. Ostacoli che   normalmente risultavano facili, con la presenza della gran massa di neve fresca potevano trasformarsi in barriere insormontabili, soprattutto nella seconda parte, quando la distanza ormai superata avrebbe reso problematico un rientro col buio, costringendoci ad un eventuale bivacco al quale non eravamo preparati. In tal caso, le decisioni da prendere potevano risultare di estrema importanza, non solo per la riuscita dell’ ascensione, ma anche per la nostra stessa incolumità . Pertanto, agire di comune accordo sarebbe stato indispensabile, poiché quello che stavamo iniziando non era un gioco, e richiedeva tutta la nostra esperienza. Riguardo, poi, al fatto che mi mancasse una gamba, benché ovviamente da considerare, lo ritenevamo una semplice aggravante, niente di più, altrimenti tanto valeva rinunciare in partenza. Del resto era inevitabile, ma neanche Max sembrava dargli molto peso, e glien’ ero grato.

Perciò , quel freddo mattino, mentre camminavo ad andatura sostenuta lungo la valletta del Brenno, nonostante la tensione mi prendesse lo stomaco , in cuor mio nutrivo la convinzione di potercela fare.

Oltrepassato il primo tratto abbastanza agevole, il sentiero si fece più impervio ed esposto. Correva accosto al torrente, insinuandosi tra i grossi blocchi di cui la pietraia era costellata. I radi bolli blu che lo marcavano, costituivano l’ unico segno della sua presenza. Per il resto, nell’ algida aria rarefatta del mattino non lo si distingueva affatto da quanto gli stava intorno.

Rallentai leggermente. Dopo la faccenda del Monte Nudo, messe da parte per quanto possibile le crisi derivate dall’ incidente, non mi ci era voluto molto per capire che, se volevo continuare con la montagna, dovevo inventarmi una tecnica di progressione nuova, tutta mia. Non avevo alcuna pratica nell’ uso delle stampelle, ma questo non era un problema: la grande fiducia che nutrivo nelle  mie risorse era un inesauribile serbatoio cui attingere. Da un lato la trascorsa attività sportiva, e dall’ altro l’ istintiva capacità di   muovermi su ogni terreno, mi facevano ben sperare. Mi misi d’ impegno e con l’ andar del tempo e molto sudore, affinai una tecnica abbastanza semplice, quasi rudimentale, ma estremamente efficace, che mi consentiva di superare ostacoli alti persino un metro.

Per prima cosa, occorreva caricare bene le stampelle, sempre cercando i punti d’ appoggio migliori. Qui stava la vera malizia, il segreto della riuscita: nel caricamento. I gommini, poi, avrebbero fatto il resto, bastava fidarsi : il peso del corpo che li gravava , gli avrebbe impedito di scivolare. A quel punto bisognava far leva sulle impugnature portando il piede al di sopra dell’ ostacolo, e sfruttando la spinta iniziale, rialzarsi. Il tutto avveniva in un unico movimento, difficilmente arrestabile una volta avviato.

Messa così, la cosa sembrava piuttoato facile. In realtà, metterla in pratica non lo era affatto, ma funzionava a meraviglia. Questo soltanto contava, il risultato, anche se la fatica restava grande e i rischi incalcolabili. Camminare accanto ad un precipizio affidandosi ad un paio di stampelle, era difficile già solo da immaginare, figurarsi a provarci davvero! Ma i sogni mi portavano lontano, ai confini del cielo, dandomi   la forza necessaria ad affrontare un’ esistenza piena di dolore cui, invece, anelavo strappare qualche brandello di felicità . Non si doveva   smettere mai di sognare, poiché senza sogni non c’ era futuro e senza futuro la vita perdeva di senso.

Pertanto, continuavo a rincorrerli, a fabbricarne di nuovi, e uno di questi, piccolo piccolo, era appunto il Piz Medel.

Scartando di lato, evitai un masso spostatosi al mio passaggio. Il sentiero piegava a destra, abbassandosi leggermente ad attraversare il torrente. Dall’ altra parte, si scorgeva la traccia lungo la scarpata di fini sassolini, che il gelo aveva impastato come cemento. Larga giusto per i piedi, segnava poco o nulla per poche decine di metri il terreno indurito, scomparendo poi dietro alcune rocce. Sfruttando i grossi blocchi posti di traverso, guadammo di nuovo il Brenno, i cui spruzzi ci schizzarono addosso, risalendo sul versante opposto. Il movimento, intanto, mi aveva riscaldato, e la fronte mi si imperlò di sudore nonostante la temperatura di poco sotto allo zero. Perciò, non appena potei, mi tolsi guanti e anti vento. Max fece altrettanto, tenendo però i guanti per riparare le mani dal freddo.

Sopra di noi gravava un’ opprimente parete disgregata, cupa e coperta di gelo, che non prometteva niente di buono. La traccia serpeggiava alla sua base, tenendosi sul bordo della scarpata che precipitava nel turbinio del torrente, una trentina di metri più sotto. L’ aria risuonava fragorosamente, impregnata dell’ umidità che si sprigionava dalle cascate, in un insieme tenebroso e al contempo affascinante, che variava ad ogni passo, offrendo scorci sempre nuovi ed imprevisti. Era sorprendente vedere come il paesaggio cambiava a seconda delle condizione e degli stati d’ animo! Ciò che provavo ora, era del tutto dissimile dalla fugace visione avutane scendendo a passo di corsa con Vittorio. Adesso era magia, incanto, e malgrado il mio pensiero fosse rivolto altrove, non smisi di assaporarne   la bellezza, lanciando frequenti occhiate intorno.

Superato un tratto particolarmente in ombra, dove trovammo parecchio ghiaccio, sbucammo nel sole di Pian de la Greina, grandioso pianoro che si estendeva per chilometri sino ai Grigioni. La parete che ci aveva oppressi fino ad allora, si era allontanata, e un grande arco roccioso troneggiava al di sopra di uno sfasciato canalone.

“… bello…” fece Max, ammirato.    

L’ altra volta, stanco ed accaldato, lo avevo degnato appena di uno sguardo, e ritenni quindi giusto interessarmene un po’ di più. In fin dei conti, si trattava di una meraviglia della natura, e meritava il mio apprezzamento. Così lo osservai attentamente, scandagliandone i segreti, poi girai gli occhi su Max, intento a riprenderlo con la videocamera.

Di poco più alto di me, Max pesava un’ ottantina di chili e il suo fisico appariva solido, ma guardandolo non dava l’ impressione di forza che ci si sarebbe aspettati. Ultimamente, aveva preso a rasarsi i capelli, il ché gli conferiva un aspetto grintoso oltre a   mascherare l’ incipiente calvizie, ma la sua aria bonaria era rimasta immutata, quella del Max di sempre, allegro e disponibile pur coi limiti che ciascuno di noi aveva. Il suo attaccamento alla famiglia era proverbiale, ci teneva molto a sottolinearlo, lo notavo da come mentre me ne parlava gli occhi improvvisamente gli si ravvivassero. La casa, il lavoro, erano altri due pilastri nella scala dei suoi valori, guai a toccarglieli, avrebbe fatto qualunque cosa pur di non perderli tranne, forse, smettere di andare in montagna, ma ero sicuro che se sua moglie glielo avesse chiesto, l’ avrebbe accontentata.        

Per la cronaca, ci eravamo conosciuti in modo a dir poco originale. Tramite un giornale, avevo lanciato un appello alla ricerca di un compagno, in prospettiva di una futura salita al Cervino. Lui era stato l’ unico a rispondere. Le mie aspettative, naturalmente più speranzose, andarono deluse e il fatto un po’ mi aveva amareggiato, ma quando ci incontrammo ebbi modo di ricredermi. Insieme, dopo alcune uscite preliminari, tanto per prendere conoscenza l’uno dell’ altro,  effettuammo a tiri alterni la traversata dei Torrioni Magnaghi, cui tenevo moltissimo, per poi raggiungere la vetta della Grignetta. Una bella via di quarto, su roccia ottima, che consolidò la nostra amicizia.

Da quel giorno, difatti, sebbene la distanza tra noi non favorisse i nostri rapporti, cominciammo a frequentarci con maggiore regolarità, scambiandoci idee ed esperienze, sino a scalare  prima il Cervino e l’ anno seguente il Bianco, mentre ora eravamo reduci dallo Spigolo Nord del Badile, tentato invano nel 2002. Insomma, ci eravamo dati da fare.

Tempo addietro, Max era stato una promessa dell’ alpinismo lecchese, aveva compiuto notevoli ascensioni, ma un serio incidente ne aveva ridimensionato le aspirazioni. Troncata l’ attività, si era allora dedicato a scalate più modeste, il che   andava al caso mio : un quarto sprotetto in parete per me era più che sufficiente, mentre il suo ingresso nella mia vita apriva nuove, allettanti prospettive.

Per vivere faceva il rappresentante, ma di un tipo speciale: era responsabile alle vendite per il nord Italia di una grossa azienda. Economicamente non se la passava male, anche se talvolta piangeva miseria. Perciò non aveva problemi. A me, invece, le cose andavano diversamente: non navigavo nell’ oro, anzi, non navigavo affatto. In quel periodo ero disoccupato e mi arrangiavo alla meglio. Ma la faccenda era un tantino più complicata. Bisognava tornare indietro di parecchio per capire come mi fossi cacciato in quella situazione, ma preferivo non pensarci.

La spiacevole quanto deprecabile condizione, mi concedeva tuttavia alcuni vantaggi. Disponendo di tutto il tempo, avevo difatti trascorso gran parte dell’ estate scorrazzando in lungo e in largo in Ticino, ed ero in piena forma. Pertanto, carico come una molla, mi sentivo in grado di superare qualsiasi cosa.

Riattraversato il Brenno, il cui corso si era fatto pacifico, trascurando lo sconfinato pianoro davanti a noi, risalimmo gli erti pendii erbosi alla sua sinistra. Il terreno, intriso di umidità per la brina che il sole andava sciogliendo, a tratti era estremamente insidioso e dovevo prestare particolare attenzione a dove appoggiavo le stampelle. Ciò nonostante, ben presto arrivammo ad un laghetto pressoché asciutto. Il luogo era incantevole, con profumi di tempi ormai perduti e la vista aperta sulla scintillante Cima di Camadra e l’ imponente Piz Medel, che se fossimo stati più fortunati avremmo potuto vedere riflettersi nello specchio d’ acqua. Purtroppo, dovemmo accontentarci di una fuggevole occhiata, passando subito oltre. Ci eravamo imposti tempi di marcia piuttosto stretti, ed era essenziale rispettarli. Pertanto, tornando verso est, ci infilammo nella valletta che avevamo di fronte, giungendo al cospetto di un   grande anfiteatro. Le immani giogaie di cui era costellato, erano racchiuse da articolate creste rocciose, che partendo dal crinale alla nostra destra, con percorso a semicerchio si saldavano con la est del Medel alla Fourcla sura de Lavaz , verso cui eravamo diretti.  

Inseguendo i radi bolli blu, che a detta di Peter ci avrebbero accompagnati per tutta la via, sfruttammo delle placche per evitare i grossi blocchi accatastati nel fondo della valletta. La presenza di ghiaccio rese la cosa più problematica di quanto non fosse, ma alla fine le oltrepassammo infilandoci nell’ampio solco di sfasciumi,che a sinistra portava alla Fourcla. La salita divenne faticosa, il pietrame instabile, ma tenni duro senza ridurre l’ andatura finché non fummo al colle.

Dall’ altra parte, il versante era completamente in ombra, coperto di gelo e battuto da violente raffiche di vento che salivano dal basso. Mi affacciai a dare un’ occhiata, ma le gelide folate   mi convinsero a levarmi subito di lì. Dondolandomi sulle stampelle, mi riportai al sole, beandomi del suo calore. Dopodiché, camminando sugli ampi gradoni della cresta, in quel punto larga ed agevole, raggiunsi Max che non aveva nemmeno provato ad imitarmi.

Si era riparato dietro alcune rocce, un poco più in alto, e stava bevendo. Mi sedetti per terra, presi dallo zaino una tavoletta di cioccolata e cominciai a sgranocchiarla.

Nel frattempo Max aveva riposto la bottiglietta. Sembrava piuttosto su di giri.

“Un’ ora e mezza, fin qui !” annunciò soddisfatto. “In perfetto orario con la tabella di marcia!”

Sorrisi.

“Non male” dissi compiaciuto. Stare nei tempi mi faceva sentire normale.

“Continuando di questo passo, arriveremo in cima intorno alle dieci” fece quattro conti Max.

Perciò, era inutile ammazzarci di fatica. Dopotutto, la nostra non era una gara e neppure un exploit da sbandierare. Meglio quindi risparmiare le energie per quando ce ne sarebbe stato bisogno.

Mi guardai attorno, accorgendomi che frattanto il panorama era cambiato. Alle nostre spalle spuntavano la cima del Valdrhause e l’ aguzzo canino del Gaglianera, mentre a sinistra, verso sud, si scorgeva il grandioso gruppo dell’ Adula, completamente imbiancato. Davanti, la vista ci era preclusa dal dosso sotto cui ci trovavamo , ma a nord una miriade di cime sconosciutemi tappezzava l’ orizzonte. Mi sentii in pace, una pace che trascendeva l’ umano avvolgendomi come in una nuvola. Mi ci abbandonai dolcemente per qualche istante, gioendone. Poi mi rialzai, pronto a tutto pur di ottenere quanto andavo cercando.

Arrivare alla sommità del dosso non ci comportò alcuna fatica. Da lì, il nostro sguardo spaziò sull’ l’intera cresta est che avevamo iniziato a seguire. Innumerevoli saliscendi ne disegnavano il profilo, mentre si allontanava sinuosa, contorta spina dorsale che si interrompeva quasi al termine del rilucente ghiacciaio, oltre il quale riprendeva con rinnovato slancio con un ultimo balzo fino alla vetta del Medel.

A quella vista provai un groppo alla gola. Tutta quella neve luccicante che vedevo lontana aveva per me un solo significato : fatica…tanta fatica…forse troppa fatica. Altro che cento metri di ghiaccio vivo come sosteneva Peter. Forse era vero, però prima della nevicata !

Sconcertato, per un istante mi chiesi se davvero ne valesse la pena. Non era il Bianco, quello, né tanto meno il Cervino. Era soltanto un’ ignota montagna priva del benché minimo prestigio, un mucchio di sassi. Nessuno ci avrebbe dato un premio, né avremmo ricevuto un degno riconoscimento o una ricompensa per quello che stavamo facendo. Allora, perché rischiare ? La domanda mi rotolò nel cervello, rimbalzandovi a lungo finché, improvvisa, una voce dentro mi disse ciò che da sempre sapevo, convincendomi che si, ne valeva comunque la pena. Le montagne non avevano nome, eravamo noi a darglielo. Per il resto, bastava coglierne il meglio in cambio della nostra fatica. Ma ciò, purtroppo, non sempre valeva per tutti.

Forse nella mia testa qualche dubbio permaneva, ma oramai il cuore aveva preso la sua decisione.

Pertanto, senza alcun tremore nella voce, quasi parlando a me stesso, dissi :

“La relazione dà due ore da qui alla cima”.

“Ne impiegheremo tre se siamo fortunati” replicò Max, ottimista come sempre.

Si illudeva. Le condizioni della neve erano davvero pessime, troppo alta e soffice   per essersi assestata a dovere nel giro di tre giorni. Ci sarei sprofondato dentro peggio di una barca piena di buchi , e le stampelle poi… preferivo non pensarci. Sarebbe stata una dannata fatica, ecco cosa sarebbe stata. Lo avevo sperimentato già altre volte e per di più, non c’ era pista, avremmo dovuto battercela da noi. Sicché, un po’ più realisticamente, stimai in non meno di quattro o cinque le ore necessarie ad arrivare.

“Staremo a vedere. ”, feci alla fine, per nulla intenzionato a rinunciare.

A quel punto, non avevamo altro da dirci. In silenzio, cominciammo a discendere l’ enorme ammasso a gradoni, fattosi più ripido. Il tratto era ancora in ombra, solo sfiorato da raggi che subito volavano via, rubati dal vento, mentre attorno regnava una pace assoluta. Ne avrei goduto volentieri, assaporando il senso di sconfinata libertà che me ne veniva, ma ero troppo occupato in ciò che facevo per concedermelo. La patina di ghiaccio che rivestiva le rocce come una seconda pelle, mi costringeva ad una snervante concentrazione, causandomi un mucchio di patemi soprattutto per la ridottissima tenuta delle stampelle. Sicché non vedevo l’ ora che finisse per trovarmi su un terreno meno infido.

Con ogni probabilità, se fossimo partiti mezzora più tardi come avrei voluto, ora il calore del sole avrebbe già disciolto il gelo della notte, ed io sarei passato via veloce anziché attardarmi come invece succedeva.

‘Tempo perso !’, pensai con rabbia.

La cresta andò avanti in quel modo per un bel po’, alternando tratti ghiacciati ad espostissime crestine di sfasciumi induriti dal gelo, oppure a cataste di giganteschi blocchi sovrapposti, che mio malgrado mi costringevano ad arrampicarmi trascinando le stampelle. Dimodoché, capitava che sovente Max mi distanziasse, attendendomi di tanto in tanto. Anche se per questioni pratiche avrei preferito averlo accanto, la cosa non mi infastidiva granché. Ero abituato a cavarmela da solo e, inoltre, mi piaceva pensare che si comportasse in quel modo perché mi considerava alla stregua di un qualsiasi altro compagno, e non per il disabile ch’ ero agli occhi del mondo. L’ idea che potessero esserci altre ragioni non mi sfiorava nemmeno.

Lo trovai, infine, seduto accanto ad una conca innevata, racchiusa in una corona di creste cariate come un dente. Una nervatura in centro la attraversava per tutta la sua larghezza, dividendola in due parti pressoché uguali. Il Medel rimaneva nascosto dall’ anticima di quaota 3.015 che ci stava davanti.

“Stanco?” mi chiese subito, in cerca di una spiegazione del mio ritardo.

“No, soltanto un po’ lento” risposi.

“Questa fottuta cresta…” soggiunsi poi, come a dire che se mi avesse dato una mano con le stampelle anziché continuare a correre avanti, sicuramente la cosa avrebbe giovato parecchio alla nostra andatura.  

“Dai, ramponiamoci” fece lui per tutta risposta.

Prese dallo zaino il mio scarpone, porgendomelo. Lo sostituii alla scarpetta d’ avvicinamento che portavo al piede, e dopo aver tolto i gommini alle stampelle,senza curarmi di lui, attraversai verso la costola centrale dove Max mi raggiunse.

In breve arrivammo dall’ altra parte. Tolti i ramponi, per sfasciumi alquanto franosi ed esposti salimmo   all’ anticima. Vi sostammo giusto il tempo di studiare il percorso, e scendemmo verso il ghiacciaio di Medel, che da vicino era tutt’altra cosa. L’ unico modo di evitarlo, consisteva nella frastagliata crestina che ne orlava l’ estremità sinistra interrompendosi circa cento metri prima del suo termine. Ma bastava uno sguardo per rendersi conto che  era improponibile. Pertanto, non mi rimaneva che sperare d’ essermi sbagliato, in modo da cavarmela soltanto con quell’ inevitabile ultimo tratto. I Famosi cento metri ai quali, adesso mi era ben chiaro, Peter si riferiva!

Con quel chiodo fisso nella mente, tenendo dietro a Max, mi abbassai finché il crinale tornando roccioso, si frantumava in ampie spaccature, simili a grotte dalle pareti rivestite di ghiaccio e candelotti penzolanti. Un paesaggio fiabesco, ma altrettanto insidioso che per fortuna non durò a lungo. Poco dopo, difatti, giungemmo al margine del ghiacciaio, scintillante come un diamante.

Purtroppo, le mie previsioni si rivelarono esatte. Da dove ci trovavamo la crestina appariva inaccessibile. Perciò non potemmo far altro che sostare a ramponarci nuovamente. Questa volta, però, presi dallo zaino anche i puntali realizzati da un amico, e mentre armeggiavo con la chiave per fissarli, indugiai sul rassicurante peso delle stampelle. La ragione per cui mi ostinavo ad usare quei pezzi di ferro anziché modelli più sofisticati, in carbonio, era semplice : mi davano sicurezza. Un chilo ciascuna, mi ero persino preso la briga di pesarle, ma erano indistruttibili e tanto mi bastava. Gli dovevo la vita. Una volta, di ritorno da una cascata di ghiaccio, mentre scendevamo nel bosco, al buio, con una neve che pareva una lastra di vetro, la stampella a monte affondò di colpo. Caddi violentemente in avanti, dritto nel canalone che somigliava ad una pista da bob, e istintivamente mi attaccai all’ impugnatura. La stampella, incastrata tra due sassi, mi tenne. Si piegò in due, ma mi tenne, evitandomi di finire chissà dove. Poi, a calci, la raddrizzammo e tutta storta così com’ era, la usai ancora per un paio d’anni perché mi ricordasse ad ogni passo quanto le dovevo.    

Quelle che stavo usando, invece, erano pressoché nuove. Le precedenti, probabilmente stavano ancora all’ attacco dello spigolo nord del Badile, dove le avevo lasciate ai primi di luglio. Dopo il fallimento di tre anni prima, con Max avevamo deciso di riprovarci, calcolando di ridiscendere in corda doppia sulla via come nel precedente tentativo. Perciò non c’ era bisogno di portarcele dietro, soprattutto visto peso ed ingombro, e come d’ accordo, procedemmo a tiri alternati. Il granito era magnifico, solido e rugoso, le protezioni quasi inesistenti, e l’ ambiente grandioso per la scalata più bella della mia vita. Una volta giunti in vetta, però, preferimmo tornare per la più rapida e sicura   via normale italiana, anche se ciò comportava la discesa a piedi dal termine delle calate alla Capanna Gianetti. Mentre scendevo strisciando il sedere per terra, mi era venuto in mente Joe Simpson, con la sua tremenda odissea sul Siula Grande. A mio vantaggio, tuttavia, c’ era il fatto che non avevo una gamba rotta da trascinare dolorosamente, e quando dopo due ore e mezza di penitenze arrivai alla Gianetti, ero soltanto un po’ in ritardo.  

Stavolta, però, la faccenda era molto diversa. Non ci trovavamo sul Badile, non eravamo prossimi al rifugio, né c’ erano altri alpinisti intorno. Eravamo desolatamente soli, lontani ore di cammino dal mondo civile e a meno di metà strada. Continuare oppure rinunciare spettava soltanto a noi , e per quanto mi riguardava, ero deciso ad andare avanti. Perciò, non appena ebbi sistemato i puntali, ripresi la marcia senza soffermarmi oltre.  

Impiegammo all’ incirca un’ ora di sfibrante marcia per giungere al termine della crestina. Un tempo che mi sembrò infinito. Malgrado ci fossimo tenuti al margine delle rocce dove la neve risultava più dura, avevo dovuto ingaggiare lo stesso un’ accanita lotta con le stampelle. Immancabilmente, ad ogni passo affondavano come un coltello nel burro, talvolta addirittura fino alle impugnature, costringendomi così ad enormi sforzi per estrarle e proseguire. Una dannata fatica, insomma. Ma ormai il più era fatto, mancava solo d’ attraversare l’ ultimo tratto, ed era consolante.    

Spossato, mi sistemai sul masso dove stava Max. Mi sentivo beffato. Soltanto pochi giorni prima sarei passato volando sugli sfasciumi e la cosa mi procurava una gran rabbia. Ma adesso era inutile recriminare, avevo altro di cui occuparmi. La prospettiva frontale verticalizzava la cresta del Medel, accentuandone l’ imponenza. Dalla sua base, un costone roccioso all’ apparenza piuttosto difficile, la risaliva fin circa a metà, risaltando nel generale biancore. Scalarlo era l’ unico mezzo per evitare la neve. Girai gli occhi, in cerca di un’ alternativa e mi soffermai sul nevoso crinale che a destra tagliava l’intenso azzurro del cielo. Saliva dolce, alzandosi gradualmente verso la cima, e solo alla fine alcune rocce scure ne spezzavano la linearità. Per raggiungerlo, però, avremmo dovuto attraversare in diagonale un ampio tratto di ghiacciaio, con la prospettiva di ripetere in dose massiccia lo strazio appena superato. Oltretutto, col rischio di finire dentro crepacci   nascosti da ponti inconsistenti. Soluzione pericolosa, ma comunque da non scartare pur andandoci cauti.

Stavo appunto riflettendo sul da farsi, quando Max che armeggiava col telefonino, all’ improvviso sbottò, alquanto preoccupato :

“Accidenti … !”.

Cominciò ad agitarsi. Si spostò di qualche metro, e soggiunse :”“Per la miseria, é tardissimo ! mezzogiorno e mezzo, sono più di sei ore che camminiamo !”.

Nel suo tono avvertii una tensione esagerata, ai miei occhi del tutto ingiustificata. Certo, eravamo in forte ritardo, non lo negavo, ma in fondo ci restava pur sempre un mucchio di tempo. Avrebbe fatto buio solo dopo le nove, quindi, perché prendersela tanto calda ? non mi sembrava il caso, bastava esserne consapevoli, eccotutto, ed io sapevo bene quel che facevo.

“Meglio tornare indietro.” concluse invece lui, ormai deciso, riavvicinandosi.

Se mi avesse dato un pugno ci sarei rimasto meno male. Il sospetto ricacciato durante la colazione, riaffiorò prepotente e constatai con una certa delusione che purtroppo non mi ero sbagliato !

“Sei impazzito?” esclamai di rimando, nemmeno avessi pestato una vipera.

“Avrai tutte le ragioni di questo mondo” continuai sempre più acceso “Ma non m’ importa niente se siamo in ritardo, se faremo notte, o che altro ! M’ interessa soltanto arrivare !”. Feci una pausa.

“ E poi” ripresi subito, senza dargli modo di replicare “che senso ha lasciare proprio adesso ? Mancherà si e no un’ ora alla cima!”.

“Altro che un’ ora…” ribattè lui, .”Ci metteremo almeno il doppio”

Di colpo, la verità mi fu chiara. Non potevo crederci : Max aveva paura. Paura di restare intrappolato sulla montagna a causa mia. Dopo tutto quello che avevamo passato insieme, i rischi corsi, le cime salite, credevo di essermi guadagnato la sua fiducia, che l’ affidabilità, le capacità che gli avevo dimostrato, valessero qualcosa ma mi accorsi che così non era. Il che mi fece andare in bestia.

“Sia quel che sia, continuiamo!” sbottai, sul punto di esplodere per la bruciante scoperta. “ Dopotutto mi pare di averne ogni diritto, no?!”

Ero amareggiato, deluso, e ne provavo rabbia. Da Max non me lo sarei mai aspettato, mi sentivo tradito, come se mi avesse pugnalato alla schiena, e guardandolo mi sembrò uno sconosciuto. Non era più lo stesso, ma un altro, del quale  la montagna, come spesso succede, aveva tirato fuori la vera anima, strappandogli la maschera dal volto. E ciò che vedevo non mi piaceva per niente.    

“Ho sputato sangue per arrivare fin qui” ripresi, poi, cercando di riacquistare un po’ di calma “e certo non torno indietro adesso” . Per me il discorso era chiuso.

“Ok…. leghiamoci”, concesse  alla fine lui, a mezza voce, dopo averci pensato un po’ su. Dal tono, sembrava essersi ammorbidito, ma ormai non mi fidavo più, e mi aspettavo altre sorprese. 

In silenzio, tirammo fuori i venticinque metri di mezza corda che avevamo, e una volta legati, mi gettai con impeto nella neve in direzione del crinale. Annaspai inutilmente per un po’, affondando sino alla vita, infine rinunciai, tornando indietro. Senza demordere, puntai allora dritto allo sperone, avanzando come una rompighiaccio nella neve alta. Una dopo l’ altra, conficcavo le stampelle sin quasi alle impugnature, prendevo fiato e poi contraendo le braccia allo spasimo, compivo un balzo in avanti, spaccando la crosta gelata e affondando di nuovo fino all’ inguine. Quindi le estraevo ricominciando daccapo in un’ estenuante altalena. Ma nonostante i miei sforzi, mi spostavo con lentezza esasperante, fremendo d’ impotenza. Per un momento ebbi pena di me stesso. Poi le cose cominciarono a migliorare. Dopo una ventina di minuti, malgrado sembrassi più che altro un bradipo sul punto di affogare, avevo superato il primo tratto pianeggiante, avvicinandomi alla cresta del Medel da cui non staccavo gli occhi, quasi cercassi la conferma che mi muovevo davvero. Il pendio iniziò a salire e lo spesso strato di neve diminuì. Mi sentii rinascere. Le stampelle smisero di affondare, la stanchezza sparì di colpo e il mio passo tornò normale, tanto che   in breve fui alla base del costone roccioso.

Mi misi comodo, all’ asciutto, e mentre recuperavo corda osservai Max. Avanzava faticosamente, sprofondando sino all’ inguine, e pur sfruttando la mia traccia procedeva anche lui lentamente, sbuffando contrariato, un passo dopo l’ altro.

“Vado avanti io” fece quando mi ebbe raggiunto. E senza neppure fermarsi, cominciò ad arrampicarsi.

Facendola scorrere, attesi che la corda andasse in tensione. Dopodiché salii a mia volta. Contrariamente a quanto mi era sembrato osservandolo dal masso, il piccolo sperone era piuttosto semplice e neanche tanto lungo. Ugualmente, arrampicare col rampone trascinando le stampelle non era come dire, ma lo trovai comunque entusiasmante. L’aria, l’ ambiente, la solitudine mi davano grande emozione e quasi non mi accorsi di salire. Metro dopo metro, appiglio dopo appiglio avanzai velocemente senza commettere errori, assaporando la gioia di trovarmi lì, perso in quella immensità, e lo volai. Quando ne raggiunsi la sommità, Max stava riponendo la videocamera. L’ aveva usata quasi niente, ma anche se produrre un video che documentasse l’ ascensione era nei nostri intenti, non aveva importanza, erano altre le cose che contavano. Così, riprendemmo a salire lungo la cresta, che si andava via via trasformando in aereo dosso cosparso di detriti ricoperti dalla neve, il cui spessore ora non superava i venti centimetri. Malgrado i puntali consentissero alle stampelle una presa sicura, dovevo prestare comunque attenzione a dove le appoggiavo. Difatti, ad un tratto scivolarono su una placchetta inclinata seminascosta dalla neve. Caddi in avanti provando un forte dolore al petto: involontariamente avevo schiacciato il bracciale di una stampella e dovetti faticare non poco per riaprirlo. Max non se ne accorse neppure e mi affrettai prima che la corda tornando in tensione gli facesse capire che m’ ero fermato. Un passo dopo l’ altro, ripresi la salita. La fatica, il fiato grosso, le braccia compresse nello sforzo, lentamente mi fecero scivolare   sempre più addentro la nuda anima della montagna. Immaginavo che con ogni probabilità avremmo tralasciato la Cima di Camadra, ma non me ne preoccupavo, il Medel bastava ad appagare la mia sete d’ infinito, il mio desiderio di superamento. Gli angusti limiti che in quanto uomini ci imponevamo, si rivelarono per ciò che erano, barriere mentali prima che fisiche, oltrepassate le quali la vita si mostrava nella sua pienezza, assumendo valori e significati rari da percepire altrove. In quel momento esistevo come non mai, tutto era bello e valeva la pena farne parte. Di conseguenza, l’ emozione che via via si era andata accumulando dentro di me, esplose con un grido quando, dopo un ultimo esposto passaggio, finalmente toccammo la vetta, o perlomeno quella che ritenemmo tale poiché non c’ era alcun segnale che la indicasse.  

Avevamo impiegato un’ ora scarsa dal ghiacciaio, ma la gioia mi morì subito in gola. Tirava un forte vento, mentre a ovest le nuvole ricoprivano le montagne, avvolgendole di suggestioni. Uno scenario magico, quasi irreale, che mi rapiva l’ animo. Pochi istanti, e la voce di  Max mi arrivò portata dal vento.

“Dobbiamo andare, viene brutto !” gridò concitato, venendo verso di me tesissimo in volto.

Mi aveva concesso giusto la vetta, niente di più. Nemmeno il tempo di gustarmela, di riprendere fiato.

“Cosa vuoi che succeda ?” ribattei. Non mi spiegavo le ragioni di quell’ ansia improvvisa. “ Al massimo farà come ieri… un po’ di fuffa e torna bello. Non abbiamo di che preoccuparci Max!” .

Le parole si persero nel vento. Lui non ne volle sapere, e insistette nella sua idea. Continuava a ripetere come un ritornello ch’ era tardi, che dovevamo muoverci, che presto sarebbe nevicato. Allora lo fissai dritto negli occhi. Per un interminabile istante cercai di leggervi dentro, poi distolsi lo sguardo, impressionato. In essi brillava una luce al limite della follia che mai più mi sarei aspettato di trovarci, e compresi che non avrebbe ceduto come sul ghiacciaio, ma che era disposto   a tutto pur di spuntarla. Perciò, trattenni l’ istintivo impulso di reagire, e lasciai che la rabbia sbollisse. Non mi sembrava quello il momento, né tantomeno il posto più adatto per litigare. E ciò era quanto di più probabile sarebbe accaduto se non l’ avessi assecondato. Quindi, preferii tagliar corto e benché mi costasse caro, masticando amaro accettai di proseguire, ponendo così termine all’ inutile braccio di ferro prima che andasse a finir male.

Stavolta l’ aveva spuntata lui.

 

 

 

La discesa

 

 

 

La cresta sud   ci si presentò particolarmente affilata ed accidentata. L’ abbondante innevamento aveva reso impraticabili cenge e sfasciumi, ed era giocoforza procedere direttamente sul filo, o poco sotto. Dopo un dentellato tratto pressoché orizzontale, questo piegava a sinistra, abbassandosi bruscamente ad un grande spuntone, foggiato a torre, oltre il quale non vedevo. Stabilii che quello era il mio secondo obiettivo, mentre il primo lo avevo fissato dove la cresta piegava. Frammentare il percorso in una miriade di piccoli, frequenti punti intermedi, mi dava l’ impressione che le cose, per quanto possibile, migliorassero.

Assicurandoci a vicenda, percorremmo di conserva il tratto orizzontale. La roccia era alquanto instabile, e con tutta quella neve faticavamo a distinguere gli appigli buoni dalle pietre affioranti. Dovevamo, perciò, controllare attentamente ogni presa prima di utilizzarla, ma anche così c’ era poco da stare tranquilli.  Nonostante evitassimo con cura il troppo pericoloso lato nord, ci trovavamo proprio su quello allorché lo spuntone al quale mi ero attaccato venne via. D’ istinto, mi gettai di lato, aggrappandomi   ad un grosso blocco. Guardai la pietra precipitare nel vuoto per un centinaio di metri , battere con violenza contro la parete e sparire con sordi tonfi nel sottostante ghiacciaio. Provai un morso allo stomaco : ecco cosa ci aspettava se qualcosa fosse andato storto. Per un istante pensai a mia figlia Xania, a come avrebbe reagito alla notizia della mia morte. Sicuramente sulle prime sarebbe rimasta incredula. “Impossibile !” avrebbe esclamato. Poi però avrebbe dovuto arrendersi all’ evidenza dei fatti, e qui la cosa si faceva dolorosa.

Scacciai quella fantasia, e senza indugiare oltre, cambiai appiglio riprendendo ad arrampicare. Muovendoci con la cautela che il posto richiedeva, arrivammo infine a qualche metro dal punto in cui il filo piegava a sinistra. Dovevamo, ora, raggiungere il piccolo intaglio ricoperto di neve che lo precedeva. Il passaggio era estremamente delicato, sebbene tecnicamente non difficile. In preda ad emozioni contrastanti di paura ed esaltazione, col fiato sospeso lo superai di slancio. Tenendomi al bordo sporgente dei grossi blocchi che formavano la cresta, vi strisciai di lato lasciandomi penzolare fino ad un passo dal colletto, poi ci saltai sopra : da entrambe le parti si apriva un abisso vertiginoso.

Mi sistemai meglio che potei, quindi gridai a Max di venire.

“Mi raccomando, tienimi !” fece lui. La voce gli tremava.

Assicurandolo a spalla, cominciai a recuperare corda, pronto nel caso fosse caduto a buttarmi dall’ altra parte perché non l’ avrei tenuto.

Grattando coi ramponi sulla roccia, dopo qualche incertezza, mi raggiunse senza grossi problemi nonostante le stampelle appese allo zaino gli limitassero i movimenti, e insieme osservammo speranzosi quello che ci aspettava. L’ immagine che ne ricevemmo, invece, ci provocò un’ ondata d’ angoscia : contrariamente a quanto ritenevamo, la cresta proseguiva allo stesso modo, accidentata ed aerea, sino allo spuntone foggiato a torre. Non ci restava che prenderne atto e proseguire.

Rassegnati, riprendemmo a scendere. Procedevamo adagio, spesso affondando nella neve fradicia e una volta in prossimità della torre, ci abbassammo sul fianco per evitare   un piccolo strapiombo. Il pendio era però molto ripido, perciò iniziammo a traversare orizzontalmente, ma la pendenza andò accentuandosi e preferimmo riportarci in cresta. Allora, conficcando le mani nella neve come piccozze, saltellando risalii dietro a Max, che non si fermò finché non fu sul filo.

Quando finalmente ci arrivai anch’ io, il fiato mi moriva in gola, mentre i polmoni bruciavano come se dentro ci fosse dello zolfo ardente. Esausto, sedetti su una roccia, sul punto di urlare per il dolore alle mani gelate. Sembrava quasi mi si dovessero spaccare da un momento all’ altro. Le strofinai con forza fra loro finché non si riscaldarono, poi mi concessi una meritata pausa. Era stato un passaggio piuttosto duro, faticoso, ma almeno avevamo superato lo strapiombo, il che non era poco.

Di nuovo tornammo a studiare la situazione , e una volta capito come fare, aggirammo sulla destra la specie di torre, riportandoci con inaspettata facilità sul filo che con nostra immensa gioia, andava finalmente allargandosi.

Cominciammo allora a scendere lungo il pendio nevoso, prestando comunque molta attenzione a salti o buchi nascosti, abbassandoci verso il colle che ci separava dalla Cima di Camadra. La violenta scossa provata sin lì, andò mutando nella gioia del naufrago approdato a riva , e non appena mi fu possibile, infilati i sopraguanti impermeabili,   cominciai a slittare col sedere come su uno slittino. Buttandomi allo sbaraglio, incurante dei colpi che ricevevo, assorbiti dai rinforzi di pelle applicati ai fouseaux, presi a scendere velocemente, sorprendendo Max che non mi aveva mai visto usare quella tecnica, poco ortodossa, forse, ma estremamente vantaggiosa. Continuai a quel modo finché la pendenza me lo consentì, e quando questa diminuì al punto di non riuscire più a scivolare, mi rialzai completamente fradicio. Osservai la lunga scia che avevo lasciato, profonda e larga come il solco di un bob, e pensai che quella montagna del tutto ignota aveva regalato emozioni che altre più rinomate non mi avevano saputo dare. Poi afferrai le stampelle che Max mi porgeva e insieme riprendemmo la discesa in modo più normale.

Procedevamo affiancati, a qualche metro distanza l’ uno dall’ altro, e poiché la corda ci infastidiva, decidemmo di slegarci.

Mentre scioglievo il nodo, osservai attorno, assorto. Le nuvole giocavano con le montagne, talvolta svelando, talaltra coprendo, il profilo accidentato delle creste. Ne   rimasi rapito.

Max, piuttosto euforico, era invece preso da tutt’altro.

“Bella!” esclamò ripetutamente, rivolto alla cresta. ”Forse la più bella che abbia mai fatto!”

Batté le mani, togliendo la neve dai guanti.  

“Per di più in condizioni pressoché invernali!” soggiunse, convinto.

“Altro che il Cervino, eh?”

Già, il Cervino, pensai. La mia montagna, il sogno della mia vita. Dopo l’ incidente, avevo pianto disperato all’ idea   non l’avrei più scalato, e invece due anni prima, sempre con Max, avevo vissuto la grandiosa emozione di toccarne la vetta. Fu un momento magico, indimenticabile, che mi sconvolse per mesi.

“Si, ma qui la storia è diversa…” considerai, quasi tra me e me.

Feci per proseguire, ma Max mi troncò le parole sulle labbra.

“Dai,dai… Abbiamo altro cui pensare”

Di nuovo quella dannata fretta! Forse cercavamo cose differenti:  io gioivo nel trovarmi lì, mentre lui non vedeva l’ora di andarsene. Eravamo su due pianeti distanti anni luce.

In ogni caso, spostai la mia attenzione su questioni più urgenti. Ormai era chiaro che avremmo abbandonato il progetto originario di salire anche la Cima di Camadra : erano le tre del pomeriggio, il pendio coperto di neve fradicia e pesante, e per quel giorno ne avevo abbastanza. Inoltre, intuivo dal comportamento di Max che se avessi osato proporgli la cosa, lui sarebbe andato su tutte le furie, inveendo ch’ ero impazzito.

Quindi, inutile pensarci.

 La questione era, invece, da dove scendere, visto che la via da noi presa in considerazione su consiglio di Peter, a questo punto era da scartare. Tentare di raggiungerla, avrebbe comportato un lunghissimo, difficile traverso su vari speroni rocciosi, separati tra loro da grosse pietraie e canali di cui non si capiva la profondità. Tanto valeva, allora, scavalcare la Camadra : di sicuro sarebbe stato meno rischioso e con ogni probabilità avremmo fatto prima.

“Cominciamo ad andar giù fin dove finisce la neve” propose Max. “Una volta lì, vediamo di trovare una soluzione”.

Concordai con lui, sembrava la cosa più logica da fare, pertanto, tenendoci verso destra, prendemmo a scendere lungo il nevaio. Prima, però, lanciai alla Camadra un’ ultimo sguardo carico di rimpianto, poi mi concentrai su dove mettere il piede.

In capo ad un quarto d’ ora, eravamo già scesi di parecchio. Stavamo su un ampio terrazzo, che a sinistra precipitava con verticali placche, mentre dall’ altro lato si rompeva in balze inizialmente facili. La neve sembrava finita. Perciò, togliemmo i ramponi, stampelle comprese.

Arrampicando, ci abbassammo di un’ altra trentina di metri. Spesso, lasciavo cadere senza troppo preoccuparmene i miei attrezzi nelle numerose crepe sottostanti. Sbattevano rumorosamente per qualche istante, poi si fermavano. Ma le probabilità   di vederle precipitare aumentarono a un   punto tale , che dovetti limitarmi ad incastrale alla meglio  in fessure, o spaccature, sempre più rare.

La mia andatura, pertanto, risultava più lenta di quella di Max, che invece procedeva  spedito, e finimmo col perderci di vista. Trascorsero minuti eterni, durante i quali mi sentii completamente solo, poi lo ritrovai su  un  pulpito affacciato nel vuoto.

“Dobbiamo scendere nel canalino”, disse, quando gli fui accanto.

Indicò una stretta, ripida lingua di neve, che alla nostra destra correva incassata fra pareti dall’ aspetto poco rassicurante per una sessantina di metri, completamente in ombra, e al cui fondo sgorgava un grosso getto d’ acqua che poco più avanti scompariva in una cascata.

Con una manovra abbastanza delicata, grazie ad una provvidenziale  spaccatura del fianco la raggiungemmo, ne saggiammo la compattezza e, dopo che per maggior sicurezza ebbi tolto i gommini alle stampelle,  iniziammo a scendere. Subito, la pendenza si accentuò, rivelando diversi muretti di oltre quaranta gradi. Assestando energici calci col piede di taglio, lentamente mi abbassai. Avevo i nervi a fior di pelle, e nell’ atto di staccare il piede per cambiare appoggio, trattenevo il fiato. Il movimento era molto azzardato, poiché trovandomi   sospeso nell’ aria, alla mercé di precari equilibri, anche un minimo inconveniente   sarebbe bastato a causare una rovinosa caduta. Poi, una volta stabilizzatomi, conficcando ad una ad una le stampelle, ripetevo la sequenza intagliando un nuovo scalino. Così di seguito, in un estenuante lavoro che assorbiva ogni mio pensiero, finché, a qualche metro dal termine della lingua, uscimmo sulla sinistra, fermandoci su di un ampio terrazzo. Il sudore mi si gelò addosso.

Sospirando sollevato, mi accorsi che avevamo superato il salto che più sopra ci aveva sbarrato la strada. Fino a quel momento, la conformazione della parete ci aveva obbligati a procedere in direzione della  Camadra, ma ora una serie di placconate, interrotte da numerose cenge, ci consentiva di invertire il senso di marcia e tornare verso Pian Gieret. Lontana, di là della valle, scorgevo la capanna che mi sorrideva, rassicurante faro di noi naufraghi incalliti. Non potevo dire di provare paura, essere lì era quanto di più desideravo, anche se ciò comportava una buona dose di pericolo. Ma erano proprio i momenti di maggiore tensione quelli che più mi facevano sentire di essere vivo e, per brevi istanti subito perduti, ero un tutt’uno con l’ universo!

Un’ emozione forte, intensa, che ancora mi pulsava nelle vene, mentre deciso e sicuro mi muovevo giù per le placconate ,dopo aver riposto lo scarpone nello zaino e aver calzato nuovamente la scarpetta da avvicinamento.

Per nostra fortuna, nonostante i parecchi rigagnoli che le velavano, le placche si rivelarono abbordabili. Inoltre, le numerose cenge inclinate verso valle che le segnavano come arrotondati scivoli, ne facilitavano notevolmente la discesa. Strisciando col sedere sulla roccia, percorsi verso sinistra la prima finché mi fu possibile prenderne una seconda più bassa, dalla quale passai ad una terza e ad una quarta, ma anche così le difficoltà sfioravano il terzo grado, e con le stampelle in mano non era come dire. Pertanto procedevo con cautela, concentrato su ogni singolo movimento, puntando alla grande cengia che vedevo molto sotto di me.

Dopo un tempo che mi parve eterno, bene o male vi arrivai. Interrotta in alcuni tratti da grossi blocchi e sfasciumi, tagliava sotto la parete, e sembrava arrivasse direttamente al punto in cui, staccandosi dal corpo principale della montagna, un’ erboso costolone scendeva verso valle, suscitando il mio interesse. Non appena ebbi modo di capirci qualcosa, mi fermai a studiarlo per bene. Da dove mi trovavo, ne distinguevo il profilo che, per quanto ripido ed ondulato, non mostrava salti che ne impedissero il corso e anche se l’ ultima parte mi era nascosta, ritenni che senza dubbio quella fosse la via di discesa migliore che potessimo trovare. Sapevo, infatti, che il risalto finale non ci avrebbe creato problemi, poiché il giorno avanti lo avevo osservato dalla capanna e me ne ricordavo perfettamente.

Perciò, quando al termine di una serie di equilibrismi mozzafiato lungo una cascatella, vi misi finalmente piede, mi sentii decisamente meglio. Ormai potevamo ritenerci fuori dai pericoli e l’ idea di avere una via sicura che ci avrebbe condotti sani e salvi a Pian Gieret, mi tranquillizzò.

Intanto Max, sbucato di colpo da dietro una roccia, mi venne incontro, festoso. Dalla sua allegria intuii che provava un sentimento simile al mio. Ci scambiammo una calorosa stretta di mano, congratulandoci a vicenda per la riuscita della scalata, e ci concedemmo una breve quanto   meritata pausa.

Poi, senza indugiare oltre, cominciammo a discendere il costolone. Max procedeva molto più veloce di me, ma io non avevo alcuna fretta: le difficoltà erano finite, presto saremmo arrivati a pian Gieret e, a questo punto, non ci sarebbe restato che percorrerlo in leggera discesa sino all’ auto, parcheggiata in prossimità del piazzale del postale. Quindi non vedevo la ragione di correre tanto: mezzora in più o in meno non faceva  differenza, tanto valeva prenderla con comodo.

Superato un dosso, vidi Max fermo ad un colletto. Stava appoggiato ai bastoncini, intento a scrutare verso valle. La cosa non mi piacque affatto.

“Potremmo scendere anche da qui” disse, quando lo raggiunsi.

Fece un gesto rivolto a valle, indicando col bastoncino la sterrata che, lontanissima, si scorgeva al fondo di Pian Gieret.

”Stiamo alti, in traversata,  così arriviamo direttamente alla strada. ”.

Si girò di nuovo verso di me.

“Oltretutto” riprese, soddisfatto della sua  trovata ” guadagneremmo un sacco di tempo”. Il che sembrava il suo interesse primario, neanche fossimo stati due ragazzini costretti ad inventarsene una più del diavolo pur di non far tardi a casa.

Appoggiandomi alle stampelle, lo ascoltai dubbioso. Effettivamente, d’ acchito, ad un primo superficiale esame  sembrava non vi fossero ostacoli che sbarrassero il cammino, ma ricordavo almeno tre grossi torrenti che avrebbero potuto causarci   non pochi problemi. Inoltre, più in basso vi erano innumerevoli salti, e nel dedalo di dossi e canali in cui ci saremmo venuti a trovare, non sarebbe stato semplice orientarsi, col rischio di cadere dalla padella alla brace.

La cosa, pertanto, non mi convinceva del tutto, e avrei preferito continuare per il costolone, più definito e sicuro, ma dopo l’ episodio della vetta, onde evitare nuove discussioni, o peggio ancora una lite, pur sentendo puzza di guai finii con l’ accettare, commettendo un imperdonabile errore convinto che ce la saremmo  comunque cavata senza grossi problemi.

Sicché, scuotendo il capo, restai qualche minuto a guardarlo  scendere  il fianco destro del costolone. Si muoveva rapido, appoggiandosi ai bastoncini, e in breve si allontanò, divenendo sempre più piccolo sin quasi a scomparire.

“Attento al muschio, è scivoloso!” mi gridò a quel punto.

“Al diavolo!”, pensai, e mio malgrado mi decisi a seguirlo.

L’ erba era davvero infida, ed io troppo stanco. Il risultato fu che quasi subito scivolai malamente. Slittai come un bob per qualche metro, poi riuscii a fermarmi: per mia fortuna, benché sensibile, la pendenza non era  tale da rendere la caduta inarrestabile. Imprecando, mi rialzai, e maledicendomi per avergli dato retta, ripresi il cammino cercando di colmare il distacco che ci separava.  

Sfortunatamente, nel giro di mezzora, le cose che dal costone parevano semplici, si andarono invece complicando, e ad un certo punto mi convinsi che eravamo scesi troppo e ci stavamo infilando nella zona più pericolosa, dove i canali sparivano in salti paurosi. Perciò, attraversato un rigagnolo, aumentai il passo, nel tentativo di raggiungere Max. Dovevo assolutamente avvertirlo che ci stavamo cacciando nei guai, prima di finirci dentro. Mi ci volle parecchio, ma alla fine arrivai a tiro di voce.

“Max” gridai “Aspettami !”.

Lui si era fermato un istante prima che lo chiamassi: stava osservando qualcosa davanti a sé, ma non riuscivo a distinguere di cosa si trattasse.

Quando gli arrivai vicino, però, compresi subito che eravamo già nei guai, e fino al collo: a furia di abbassarci, eravamo arrivati ad un profondo solco roccioso che incideva il pendio. Dentro vi scorreva un tumultuoso torrente, gonfio d’ acqua scura, limacciosa, che metteva i brividi al solo vederlo. Sul subito mi sembrò invalicabile, e la successiva, accurata ricognizione non fece che confermare quella prima impressione. Niente da fare: attraversare in quel punto era impossibile, e più sotto ancora peggio.

Dovevamo tornare indietro. Non c’ era altra soluzione. Così invertimmo il senso di marcia, ma anziché riacquistare quota per tornare all’ ormai troppo lontano costolone  avventatamente abbandonato, ci tenemmo a mezzacosta, ritrovandoci di nuovo al rivolo, fattosi  ora più irruente.

Attraversatolo faticosamente, sostammo a fare il punto della situazione.

“Dobbiamo abbassarci ancora” fece Max con tono preoccupato, dopo essersi guardato bene intorno.

Eravamo arretrati già di parecchio, pur rimanendo sugli estesi pendii dai ripidi dossi erbosi , intercalati dai canali che si esaurivano con grandi salti su Pian Geiret, oltre cinquecento metri più in basso. Dalle gole in cui precipitavano, sentivamo uscire il sordo rombo   prodotto dalle cascate. Così, ovunque girassimo lo sguardo: un vero labirinto, senza vie d’ uscita. Per non risalire di almeno trecento metri, l’ unica alternativa era, come sosteneva Max, continuare a scendere, sperando nella fortuna e di non incontrare altri salti rocciosi. In quel caso, senza corde non avremmo saputo che fare. Calarci in doppia sarebbe stato un gioco da ragazzi, ma noi avevamo solo quei miseri venticinque metri, buoni per farci niente!

Senza aggiungere altro, e senza attendere una mia risposta, Max prese a scendere. Velocemente, si diresse all’ imbocco del canalone che stava sotto di noi. Per nulla convinto, lo seguii. Lui, tuttavia, non pareva intenzionato ad aspettarmi. Ben presto,difatti, la distanza che tra noi si fece considerevole. Ormai non lo vedevo più, quando a mia volta raggiunsi l’ imbocco. Giustamente, Max si era tenuto sul lato sinistro, faccia a valle. Quindi anch’ io dovevo passare di lì. Inutile provare dall’ altra parte : un precipizio ne precludeva l’ accesso.

Per un attimo, alla vista di quanto mi aspettava, maledii il momento in cui avevamo deciso di cambiare percorso, dandomi dello stupido. Non dovevo dare retta a Max, accettare di buon grado la sua scelta, ma insistere per continuare lungo il sicuro costolone. Ora non mi sarei trovato in quella brutta situazione. Ma ormai le cose erano andate com’ erano andate e non potevo farci più nulla. Non mi restava altra alternativa che proseguire.

Con estrema cautela, cominciai a scendere. Mano mano il pendio si fece più ripido, formando una specie di grosso imbuto, convogliante nella cascata. Ne scorgevo solo i vapori, ma anche così era sufficiente. L’ erba lunga e ruvida, schiacciata contro in terreno, era intrisa d’ acqua. Mi ci attaccai istintivamente, mentre traversavo verso la cengia sassosa che dall’ alto avevo notato tagliare la parete davanti a me. Quando vi arrivai, ebbi però una sgradevole sorpresa : per raggiungerla dovevo saltare da   una pietra alta una quarantina di centimetri. Senza perdere la calma, posai le stampelle, tenendole fra me e il precipizio. Poi mi attaccai meglio che potei alla roccia, e trattenendo il fiato, saltai nel vuoto. Per un istante, la mia vita rimase appesa ad un filo, dopodiché mi ritrovai sulla cengia.

Era larga meno di mezzo metro, e correva orizzontale più o meno quanto una porta da calcio. Poi il pendio riprendeva erboso, ma ancora molto ripido, fino a girare dietro al crinale. Sotto un abisso perso nei vapori prodotti dell’ acqua nebulizzata.

 Appoggiai il moncone sulla cengia, e reggendo con la mano sinistra le stampelle, che sistemai tra me e la parete perché non cadessero, iniziai il pericoloso traverso,  la gamba destra nel vuoto, a sbalzo, premuta a tutta  forza contro la roccia umida. Sotto, nascosto alla vista, sentivo ruggire il torrente, chiuso fra pareti pressoché verticali. Lanciai un’ occhiata in basso, poi teso come una corda di violino, facendo leva sulle braccia mi spostai in avanti, una due  tre volte, sempre all’ affannosa ricerca di appigli. In tal modo, dondolandomi come una scimmia, arrivai a circa metà della cengia, dove questa  si restringeva. Mi venne il soffio al cuore a vedere quella breve spaccatura che mi impediva il passo, e pensare che con  due gambe mi sarebbe bastata una semplice, breve spaccata! Invece…Ridiedi uno sguardo di sotto, meglio non pensarci, studiai le prese, e trattenendo di nuovo il respiro passai oltre allungandomi per quanto potevo. Dopodichè ripresi con più tranquillità, sebbene la cosa fosse estenuante, arrivando infine al termine della cengia. Ero ancora vivo, tento mi bastava.

Una volta lasciatamela  alle spalle, senza fermarmi continuai allo stesso modo anche nel tratto restante. Qui, le cose andavano un po’ meglio, c’ era l’ erba cui attaccarmi. Ma ugualmente non vedevo l’ ora di giungere al crinale e farla finita.

Stavolta non vi furono brutte sorprese : dietro era parecchio più facile, ma di Max nemmeno l’ ombra. Finalmente potei rialzarmi, togliendomi dalla sgradevole posizione, e impugnando nuovamente le stampelle mi accorsi che ad una mancava la protezione in plastica del bracciale. Pazienza, mi dissi, riprendendo il cammino col ferro che mi sfregava l’ avambraccio.

Non andai avanti per molto: Max stava risalendo verso di me. Sedetti, aspettandolo.

“Di qui non si passa. Più sotto c’ uno strapiombo” mi gridò col fiato grosso, scorgendomi.

 Come  immaginavo : quale altro motivo avrebbe avuto, sennò, di tornare indietro?

Osservandolo meglio, mi resi immediatamente conto che era parecchio agitato. Non capivo, però, se ciò era dovuto ai sensi di colpa nei miei confronti per la sua decisione rivelatasi sbagliata, oppure se ci fosse dell’ altro.

“Che ore sono?” mi chiese, quando mi fu accanto.

Frugai nel marsupio che portavo in vita, sotto lo zaino, tirandone fuori il telefonino

“Le sei”

“Cazzo, è tardi, è tardi, non arriviamo più….”

“Che problema c’é ? Abbiamo ancora  tre ore di luce” dissi con calma, cercando di sdrammatizzare. Mi sembrava troppo angosciato per ragionare lucidamente.

Il mio fare tranquillo, invece, lo imbestialì ancor più. Cominciò a gridare che non capivo niente, che eravamo nella merda, e che facevo bene a preoccuparmene anch’ io. In fin dei conti, perché doveva essere lui  solo a sbattersi per trovare una soluzione ? Che facessi pure io qualcosa !

“Datti una mossa anche tu !” sbottò alla fine. Poi, forse notando la capanna che avevamo di fronte , dall’ altra parte della valle, mi domandò il numero di Peter, compose le cifre sul suo telefonino e parve calmarsi solo dopo aver ottenuto la comunicazione.

Non era quello il momento, né Max dell’ umore giusto per litigare. Perciò, stando sulle mie, me ne restai seduto, guardandolo parlare al telefono. A grandi linee spiegò a Peter dove ci trovavamo, cosa che non fu facile, e quando ebbe la conferma da parte sua che ci aveva visti, gli chiese come fare per scendere.

Dovevamo risalire,si, almeno centocinquanta metri,si, poi spostarci a destra,si, faccia a monte, superare due dossi e scendere per il terzo, che sembrava buono. Peter non poteva giurarlo data la distanza, ma riteneva con una certa approssimazione di non sbagliarsi.

Involontariamente, Peter aveva descritto esattamente il percorso che intendevo seguire per tornare a riprendere il costolone dai noi abbandonato con troppa leggerezza.

“Andiamo” fece , non appena terminata la telefonata.

Ripose il telefonino nello zaino, che si gettò sulle spalle, e impugnati i bastoncini partì di gran carriera.

Raccolsi le forze, e gli andai dietro.        

Sbuffando come un mantice, salii verso la cima del costolone affacciato sulla gola dalla quale ero appena sbucato. Tenendomi in un avvallamento, ne evitai la sommità, arrivando ad un pianoro da dove, piegando a destra, risalii il fianco del primo dosso fin sul crinale. Da lì potevo vedere il secondo. Scendeva sinuoso, interrompendosi bruscamente con una parete, sotto la quale si apriva un orrendo canalone, più o meno alla mia altezza. Sui bordi, tutto attorno, i prati precipitavano quasi verticali.

Per evitare di rimontarlo interamente, riducendo notevolmente il dislivello che ancora dovevamo recuperare, occorreva scavalcarlo, e il punto migliore era dove affioravano delle rocce, in prossimità della parete. Vista da quella posizione, la cosa sembrava fattibile, salvo tenersi alti sulla sinistra del canale dopo aver effettuato l’ orrendo traverso necessario ad arrivarvi. Max si stava già arrampicando, ma molto lentamente,cosa non da lui, e sulle prime non ne capii la ragione. Forse anche lui era stanco, tutto sommato ne aveva ogni motivo, o forse gli andava così e basta, ma non collegai la sua lentezza alle difficoltà che invece poteva incontrare. Distolsi lo sguardo e cominciai a traversare.

Di lato, il lungo scivolo erboso sotto di me finiva nel vuoto. Cercai di non pensarci, e contraendo ogni muscolo, a denti stretti, attraversai sbattendo con forza il piede di taglio contro l’ erba. Forzando con le stampelle, riuscivo a mantenere una soddisfacente stabilità che mi consentiva una relativa sicurezza. Ma questo ero solo io a crederlo. In ogni caso, per quanto snervante fosse  il traverso, arrivai senza problemi al pendio che conduceva alle rocce. Ripreso fiato, cominciai a salire. Ben presto, però, la pendenza divenne tale da rendermi impossibile proseguire con le stampelle. Allora, reggendole con una mano e attaccandomi all’ erba con l’ altra, iniziai ad inerpicarmi su per lo scosceso versante, spingendomi con la gamba per poi appoggiarmi al moncone . Anche se così ero un po’ più lento, mi sentivo però più sicuro : il moncone mi dava una incredibile stabilità , e inoltre in quel modo risparmiavo un bel po’ di energia, cosa che poteva tornarmi utile più avanti.

Malgrado ciò, la progressione risultava ugualmente estenuante. Il sudore gocciolava copioso, accecandomi, il fiato mi si spezzava nei polmoni , in una specie di rantolo, mentre la gamba urlava tutto il suo dolore, ma   continuai a salire testardamente, senza mai desistere, quasi arrampicando finché, dopo un’ ultima impennata non arrivai alla base delle rocce.

Ansimando, vi sostai poco sotto.

Viste da li, apparivano molto più verticali di quanto non mi fossero sembrate guardandole dal dosso

“Max..Max…” chiamai a gran voce.

Nessuna risposta.

“Max..Max..” ,riprovai con tutto il fiato che avevo in corpo.

Di nuovo silenzio.

“Dove diavolo ti sei andato a cacciare?!”, urlai rabbioso.

Attesi un altro po’ ma niente, non si vedeva, mi aveva mollato senza pensarci su due volte, ed ora avrei dovuto sbrogliarmela da me. Non ci voleva molto a capire che reggendo le stampelle, da solo non potevo farcela! Avessi almeno avuto la corda, le avrei recuperate una volta salito, come mi era già capitato in altre occasioni, ma anche quella ce l’ aveva lui. Per cui, o le abbandonavo, cosa del resto inutile perché tanto valeva allora che me ne restassi dov’ ero, oppure non mi rimaneva che trascinarmele appresso, cosa estremamente azzardata.

Sedetti, indeciso sul da farsi.. Nel frattempo, i minuti scorrevano veloci, inesorabili: dovevo decidermi, e alla svelta , se non volevo perdere definitivamente i contatti con Max.

Alla fine mi risolsi a provarci.

“Vediamo un po’ com’é!” mi dissi, guardando in alto.

La struttura era formata da un diedro molto aperto di placche sovrapposte, ciascuna alta poco più di due metri. Dalla posizione in cui ero, la faccia destra era troppo pericolosa da raggiungere. In caso di bisogno , avrei potuto traversarvi facilmente una volta al di sopra del primo salto. Quindi la esclusi.

Per cui mi concentrai sul lato sinistro. La prima delle tre placche che lo costituivano, sembrava semplice, la seconda meno, ma dopo un più attento esame, lo ritenni fattibile.

Convinto della cosa, superai con decisione il metro che ancora mi separava dalla roccia, particolarmente ripido e scivoloso. Sistemai per bene il moncone alla radice della paretina, poi vi addossai le stampelle, attento che non cadessero, e provai ad   alzarmi in piedi, ma la superficie liscia non offriva appigli per le mani. Così, dovetti forzare sul moncone e chiudendomi a riccio, sollevai la gamba finché non fu sicura. Poi, contraendomi, strisciai contro la placca fino a raggiungere la posizione eretta. Ne afferrai il bordo superiore, che sporgeva di qualche centimetro, e vi incollai le dita. In tal modo, però, mi trovai sbilanciato, col busto che mi proiettava con forza all’ in dietro, verso la bocca del canale paurosamente spalancata sotto di me. Al contempo, il piede prese a scivolare sul terriccio molle , e per un interminabile istante temetti di precipitare. Affannosamente, cercai di riguadagnare la posizione di partenza, per levarmi il prima possibile da quella posizione insostenibile, e quando fui di nuovo accucciato per terra, tirai finalmente il fiato.

Così non andava, dovevo trovare una partenza migliore. Mi spostai ancor più a sinistra, vicino all’ erba, dove la roccia sporgeva meno dal terreno. Riprovai. Stavolta andò meglio. Almeno mi reggevo bene in equilibrio.

Con la mano destra, una alla volta, posai delicatamente le stampelle in bilico sulla sporgenza dove mi ero tenuto. Pregai che non cadessero, ma per fortuna non si mossero. Allora, con la sinistra afferrai un ciuffo d’ erba e tenendomi saldamente anche con la destra alla sporgenza, prima saltai su per la placca , quindi appoggiai il moncone sopra le stampelle. A questo punto, non potevo più tornare indietro. Tirai con forza il ciuffo d’ erba per provarne meglio la resistenza, poi schiacciai il palmo destro sul ripiano al quale mi affidavo. Respirai profondamente, in cerca del giusto coordinamento, quindi spingendo col braccio destro e tirando col sinistro, mi issai adagio. Raspando col piede, riuscii infine a metterlo sopra le stampelle, da dove al contempo con estrema cautela avevo levato il moncone.

Rabbrividii. Un’ incertezza qualsiasi o un movimento sbagliato sarebbero bastati a farmi perdere il traballante sostegno con chissà quali conseguenze. Il solo pensarci mi faceva accapponare la pelle! Di nuovo, netta, ebbi l’ impressione di precipitare da un momento all’ altro. Espirando, cercai di controllare la paura, non ce l’ avrei fatta altrimenti. Ero al limite. Passai la mano sinistra sulla placca, alla disperata ricerca di un appiglio, e con grande gioia trovai una reglette, cui mi attaccai di peso.

Per il momento ero salvo!

Ora, però, dovevo togliermi da quella situazione comunque precaria, rannicchiato sulle stampelle a braccia aperte. Al resto ci avrei pensato dopo. D’ istinto, mi tirai sulla reglette, e spingendo sulla gamba, mi alzai lentamente. Subito, scaraventai la mano destra al di sopra della seconda placca, nella disperata ricerca di qualcosa cui attaccarmi. Trovai solo una fenditura svasata, ma fu sufficiente. Ormai, col corpo completamente disteso, non potevo fare più alcun affidamento sulla reglette che, difatti, subito dopo lasciai per riafferrare un ciuffo d’ erba alla mia portata.

Il respiro mi tornò quasi regolare. Il cuore, invece, batteva come un tamburo e con una certa apprensione, cercai dove sistemare le stampelle. Un po’ sopra di me scorsi una fenditura obliqua che faceva al caso mio. Se fossi riuscito ad incastrarle per bene, da lì non si sarebbero più mosse: il problema era mettercele, visto che le avevo sotto al piede !  

Provai un brivido lungo tutta la schiena. Già, quelle dannate stampelle, le mie gambe! Ora rischiavano di ammazzarmi. Tuttavia, dovevo assolutamente recuperarle.       Freneticamente, pensai a come fare. La mia mente elaborava velocemente, con lucidità estrema. Con la massima cautela, girai lentamente il piede verso l’ esterno, e una volta liberata la stampella più interna, staccai dalla fenditura la mano destra, e reggendomi soltanto con la sinistra al ciuffo d’ erba, mi chinai fino ad afferrarla. Una volta avutala saldamente nella mano, mi rialzai passandomela al di sopra. Dopodiché, allungatala in alto, ne incastrai il bracciale nella fenditura. Respirai.

Adesso toccava alla seconda. La faccenda, però, era un po’ più complicata. La prima, infatti, poteva cadere soltanto lateralmente poiché il mio piede le impediva di andare all’ esterno. Certamente non significava un granché, ma io me n’ ero convinto per rendere più accettabile la cosa. Adesso, invece, mi bastava si sollevarmi sulla punta del piede, ma così facendo la lasciavo libera di rotolare all’ indietro nel vuoto.

In preda alla tensione, supplicai che non si muovesse da dov’ era. Mi alzai sulla punta, con una leggerezza che non immaginavo di avere, e quando guardai giù, era ancora li. Abbassarmi questa volta, fu ancor più rischioso: l’ avevo dietro al tallone e prenderla non era facile. Pertanto, quando fui di nuovo accovacciato sulla sporgenza, sbattei il sedere all’ infuori, aderendo col viso alla roccia e lentamente, molto lentamente, protesi il braccio. Non dovevo assolutamente toccarla senza prima avere la certezza di tenerla. Questo era il mio unico credo in quel momento. Per me non esisteva altro che quel dannato pezzo di ferro.

“Dai, bella, non fare la stronza proprio adesso!” mormorai tra me e me, sentendola fra le dita. Chiusi gli occhi e strinsi il pugno.

Il freddo dell’ acciaio mi fece capire che ce l’ avevo. Lasciai uscire il fiato, e sempre molto lentamente mi rialzai. Facendomela scivolare dietro, la portai sopra la testa e, reggendola per l’ estremità del gommino, la sistemai accanto all’ altra. Acquistata così una maggiore libertà di movimento, con un paio di passaggi sormontai la placca, trovando appigli migliori. Anche questa sporgeva di alcuni centimetri, sui quali mi sistemai col piede. Presi la stampella più vicina, e roteandola nell’ aria la sbattei con pochi riguardi sulla cengia che traversava a destra, verso lo spigolo. Ma allorché ci riprovai con la seconda, la cosa non mi riuscì con tanta facilità. Per quanto ci provassi, quella dannata non ne voleva sapere di star ferma. L’ imprevisto mi innervosì parecchio, il sudore prese a gocciolarmi dalla fronte, le mani mi si inumidirono e la gamba cominciò a tremarmi in maniera incontrollabile a causa del prolungato sforzo e della paura. Di nuovo respirai profondamente, cercando in ogni modo di scacciare dalla mente l’ idea   del baratro che mi stava alle spalle, all’ orribile fine che avrei fatto se la gamba non avesse cessato di sussultare, ma mi era impossibile. Stavo andando in panico!

Così provai un’ ultima volta prima di perdere completamente il controllo di me stesso. Per mia fortuna il tentativo riuscì, incastrai la stampella, altrimenti l’ avrei dovuta lasciare o sarei precipitato con essa. Subito, corsi con la mano alla fenditura, cercando di rilassarmi e riacquistare un po’ di calma. I’ inconsulto tremore della gamba, intanto, era rallentato, dandomi un po’ di tregua.

Esausto, mi appoggiai alla roccia, rimanendo immobile finché non ebbi riacquistato almeno in parte l’ autocontrollo. Quindi, mi tolsi da lì, e una volta al sicuro sulla cengia, vidi che potevo traversare senza difficoltà allo spigolo a destra, uscendo nuovamente sui prati. Stavo preparandomi a farlo, quando improvvisamente comparve Max.

“Ti serve una mano con le stampelle ?” mi chiese ,come niente fosse.

L’ avrei mandato al diavolo, ma mi trattenni.

“Beh, visto che ci sei…”

Tenendole per le punte, gliele passai

Lui scese di qualche passo, e le prese senza notare il tremore che di tanto in tanto ancora mi faceva sussultare la gamba.

In un istante, scomparve di nuovo dietro il profilo erboso. Appoggiandomi alla roccia, saltellai lungo la cengia, e ne fui fuori anch’ io. Diedi un’ ultima, rapida occhiata al precipizio evitato per un soffio, e saltellando raggiunsi Max.

“Un bel terzo duro, eh?” sogghignò, riconsegnandomi le stampelle.

“Non c’ è che dire…”

Non avevo voglia di raccontargli i brutti momenti   appena trascorsi. Solo qualche minuto prima avevo guardato la morte negli occhi, facendola franca per miracolo, e non mi andava di parlarne. Inoltre, la rabbia che mi si ritorceva dentro per essere stato piantato in asso proprio nel momento di maggior bisogno, mi induceva a tacere lasciandogli intendere che il suo aiuto non mi era servito.

Perciò lasciai perdere, non ne valeva la pena, e cambiando argomento, fra i denti dissi :

“Trovato qualcosa ?”

Lui non parve notare il mio tono risentito.

“Siamo a cavallo, Oliviero” si affrettò difatti a dire. “Da qui in avanti è tutta in discesa”.

Poi, implacabile, soggiunse “Dai, muoviamoci”.

Di nuovo, in cuor mio, lo maledii. Avrei tanto desiderato restare almeno un altro po’ a riposare, ne sentivo il bisogno. La tremenda esperienza appena vissuta mi aveva svuotato, quasi non mi sembrava vero di essere ancora vivo e già mi toccava ricominciare daccapo. Non ne potevo più, dannata, inutile fretta !

Tuttavia non potevo star lì in eterno, me ne rendevo pienamente conto, e facendomi forza, alla fine mi decisi a seguirlo, restandomene però per conto mio.

Risalire il terzo dosso mi costò una fatica infernale. Non avevo ancora superato i postumi del tremendo shoc, la stanchezza mi appesantiva braccia e gamba, e tra me andavo continuamente ripetendomi che mai più avrei fatto una cosa del genere, pur sapendo che avrei contravvenuto alla prima occasione a tale proposito. Non riuscivo a spiegarmelo, ma ogni volta era così, e di possibilità per ricredermi ne avevo avute un mucchio!

Allorché raggiunsi il crinale, ansante e madido di sudore, Max stava già discendendolo. Di nuovo, non capii la ragione di tutta quella fretta. Avrebbe fatto buio soltanto fra un paio d’ ore, eravamo fuori dai guai e senza quell’ assurdo sbaglio, ora probabilmente saremmo stati da qualche parte a berci una meritata panaché, anziché sognarlo!

Perché non tirare il fiato, allora? Forse temeva per sé, oppure si sentiva investito di chissà quale responsabilità nei miei confronti? Ma se la ragione era questa, si sbagliava di grosso, le cose non stavano affatto così!

Tuttavia, quella storia proprio non la digerivo, come del resto non mi andava giù l’ aver gratuitamente rischiato   tanto. Ma, soprattutto, non mi perdonavo d’ aver accettato la scelta sbagliata di Max senza reclamare. Di aver accondisceso la sua paranoia. Mi bruciava dannatamente, rimordendomi nello stomaco. Non avevo scusanti e anche se alla fine ci era andata bene, non la smettevo di torturarmi. Perciò, ad un certo punto decisi che era meglio farla finita e non pensarci più, mettendoci una bella pietra sopra : continuare a recriminare non serviva a nulla, mi faceva soltanto male.

Convincermene fu piuttosto facile, ma riuscirci un po’ meno. In compenso, sentendomi ormai   prossimo ad arrivare, mi andai sempre più galvanizzando: il costolone mi avrebbe condotto a Pian Geiret, presto avrei raggiunto l’ auto, riposato, e con questo pensiero fisso in testa, accantonai la serie di brutte esperienze, scacciandole dalla mente. Senza volere, lentamente scivolai in una nuova dimensione, i fatti cominciarono ad assumere un significato diverso, in un groviglio di emozioni e, d’ un tratto, sentii le lacrime pungermi gli occhi. Non le trattenni, ma lasciai che mi rigassero il volto. Contrariamente a pochi minuti prima, ora mi sentivo felice, appagato, e sedendomi fra l’ erba, diedi libero sfogo ad un   pianto dirotto. Come un bambino.

Infine, asciugate le lacrime, ripresi il cammino. La sete mi tormentava, mentre la stanchezza appesantiva i miei movimenti, e sebbene il crinale non fosse difficile, mi impegnò parecchio più del dovuto. Malgrado il ritardo che mi spingeva a correre, lo affrontai ugualmente con calma, senza lasciarmi trascinare dalla frenesia di arrivare, e con un ultimo sforzo e qualche scivolone, finalmente fui giù. Max stava sciacquandosi i piedi nel torrente che scorreva nella valletta formata dal costolone col corpo della montagna. In silenzio, bevvi avidamente, poi l’ iniziale imbarazzo parve svanire e ci scambiammo qualche battuta , contenti di essere di nuovo insieme , che tutto si fosse risolto per il meglio e, chissà, forse un giorno ci saremmo anche detti ciò che ora tacevamo. Dopodiché, ci avviammo giù per il pianoro diretti al piazzale dove l’ auto ci aspettava. Gli ultimi raggi di sole incendiavano le cime sopra di noi.

 

 

                                                                           By Laiver

 

                                                                                       23\12\05